30 March 2017

Hvala Miljane

Mercoledì 18 gennaio 2012

Venerdì scorso è morto a 81 anni il grande Miljan Miljanić, uno dei guru del calcio balcanico e continentale, ex allenatore di Crvena Zvezda, Real Madrid e Nazionale jugoslava. Classico balcanico giramondo e poliglotta, aveva stabilito una serie di contatti in tutto il mondo da cui si abbeverava delle novità in campo calcistico e soprattutto tattico.

Con il sorriso sempre stampato sul suo volto tipicamente Balkan e quel peculiare ciuffo, era nato a Bitola in Macedonia nel 1930 da una famiglia di Nikšić (Montenegro) del clan dei Banjani. Militò nella Crvena Zvezda, il club della sua vita, ma la sua vera vocazione era la panchina e già da giocatore studiava per questo. Dopo aver guidato le giovanili della Zvezda approdò alla prima squadra che rivoluzionò completamente e portò a quattro campionati e tre coppe nazionali in otto anni.

Anche in Inghilterra in questi giorni si sono ricordati di Miljanić come colui che impartì una severissima lezione tattica nientepopodimenoche al Liverpool di Bill Shankly, che allora giocava ancora con la palla lunga: la Zvezda dello stratega Miljanić lo eliminò dalla Coppa Campioni 1973 con un doppio 2-1.

Appresa la lezione, fu poi il successore di Shankly, Bob Paisley, a dominare l’Europa calcistica con i Reds.

Miljanić guidò la Nazionale jugoslava ai Mondiali 1974 in Germania Ovest e subito dopo venne messo sotto contratto dal Presidentissimo Santiago Bernabéu in persona per sedere sulla panchina del Real Madrid.

Miljan esercitò decisive influenze sui ventenni che a metà degli anni Settanta aveva alle sue dipendenze, tra i quali il selezionatore Campione del Mondo Vicente del Bosque (classico centrocampista) e Antonio Camacho (terzino sinistro), ma guidò anche Santillana, Amancio, Netzer, Pirri (che trasformò in libero) e Breitner (fu proprio lui a spostarlo da terzino a centrocampista).

Entrambi i tecnici hanno spiegato che l’arrivo di Miljanić sulla panchina del Madrid, dopo 13 anni di Miguel Muñoz, rappresentò una rivoluzione. Lo jugoslavo si portò con se un preparatore fisico (l’ottocentista Srećko Félix Radišić, tra i primi della storia, che correva più dei giocatori) integrato da uno specialista per i portieri (Santisteban) e il secondo allenatore (Antonio Ruiz), un’innovazione per l’epoca.

Gli allenamenti non erano sicuramente all’acqua di rose (appena arrivato introdusse la tripla sessione giornaliera), ma in partita si vedeva. Durante gli allenamenti provava e riprovava gli schemi che poi durante gli incontri venivano eseguiti automaticamente.

Il primo anno con Miljanić in panchina il Madrid vinse sia la Liga che la Coppa e il secondo ripeté il campionato. Il terzo anno in bianco (senza ironie) gli fu fatale e si dimise dopo la prima giornata del campionato successivo, nel settembre 1977. Rimarrà tuttavia nella storia del club di Concha Espina.

Aveva probabilmente iniziato la parabola discendente già nel marzo 1975 quando a sorpresa si rifiutò di accompagnare il Madrid a Beograd per il ritorno dei quarti di Coppa Campioni contro la “sua” Zvezda, dai quali il Madrid uscì sconfitto ai rigori. Spiegò che non poteva tradire il suo cuore e sembra che Miljanić addirittura invitò alcuni giornalisti a seguire l’incontro in televisione a casa sua…

Tra 1979 e 1982 suo successore sulla panchina blanca sarebbe stato Vujadin Boškov, altro immenso tecnico jugoslavo dell’epoca che, come si sa, sarebbe poi venuto ad allenare l’Ascoli di Costantino Rozzi e avrebbe portato allo Scudetto del 1991 la Sampdoria di Mantovani, Vialli e Mancini.

Miljanić ritornò poi sulla panchina jugoslava (1979-82) guidando la nazionale anche ai Mondiali spagnoli e ripassò in modo effimero in Spagna con il Valencia. Successivamente divenne Presidente della Federazione jugoslava (FSJ) prima e serba poi.

Fu allora che lo conobbi, a metà degli anni Novanta, all’epoca delle primissime partite della nazionale serbo-montenegrina dopo l’embargo, quando in alcune occasioni mi era capitato di frequentare gli uffici della FSJ a Terazije 35.

Il 13 ottobre 2005, il giorno dopo la rocambolesca partita Serbia-Montenegro contro Bosnia-Erzegovina (che merita una storia a parte e regalò alla prima nazionale i Mondiali tedeschi), passeggiando per il centro di Beograd per caso me lo ritrovai di fronte. Mi sorprese molto perché si ricordava di me, giovane giornalista freelance italiano, dagli incontri di molti anni prima. Aveva già avuto problemi coronarici che lo avevano costretto ad abbandonare quasi completamente la scena. Successivamente si sarebbe ammalato di Alzheimer.

Dopo aver ricevuto il ricordo dell’intero mondo calcistico, ieri martedì è stato sepolto nell’Aleja Velikana, la zona del cimitero belgradese di Novo Groblje in cui riposano i grandi del paese, accompagnato dalla presenza di moltissimi suoi ex giocatori e compagni provenienti da tutte le repubbliche balcaniche e dal resto d’Europa: altri allenatori come Ivica Osim e Vujadin Boškov; per la Crvena Zvezda Džajić, Šekularac, Stojković, Mihajlović, Petrović, Stanković, Petković; per il Real Madrid Butragueño e Amancio, ma anche Savićević e persone che probabilmente da tempo non mettevano piede a Beograd, come Hadžibegić, Sušić, Boban, Šurjak e Gudelj.

Hvala Miljane!

Comments

  1. Nato a Bitola, Macedonia, da famiglia montenegrina di Niksic del clan dei Banjani…una simile affermazione non può passare inosservata e meriterebbe un articolo a parte. Potresti darci un piccolo approfondimento così al volo, su questa società agropastorale e clanica del piccolo paese roccioso di contrabbandieri? hvala. LR.

Lascia un commento

*