30 March 2017

Se n’è andato Sócrates, Doutor, filosofo, politico e anche straordinario calciatore

Lunedì 5 dicembre 2011

Come spesso mi capita quando mi trovo fuori dal mondo (sono ancora in un angolo sperduto dell’Africa centrale), anche stavolta è stato un sms ad annunciarmi una triste notizia. Solo una manciata di caratteri: «Sento ora che è morto Sócrates» sono state le poche, tristi parole di un amico.

L’attuale entrata dello stadio Pacaembu di São Paulo, uno dei teatri delle imprese di Sócrates

Tutti erano a conoscenza dei disastri causati dalla sua dipendenza dall’alcool. La situazione era critica già a settembre, quando era stato ricoverato per due volte per un’emorragia intestinali abbinata ad una cirrosi cronica ed era stato salvato quasi per miracolo. Era apparsa allora una sua foto, irriconoscibile e pesantemente segnato dalla malattia.

Ma stavolta sembra si sia trattato (anche) di sfortuna: giovedì notte o Doutor era tornato in ospedale, per un’infezione intestinale sembra dovuta ad un’intossicazione alimentare dopo una cena in cui anche sua moglie e un amico erano stati male.

Avevo letto del ricovero, ma non immaginavo fosse gravissimo. Invece ieri, alle 4:30 ora locale, si è spento a 57 anni, causa ultima una crisi setticemica.

Se n’è sicuramente andato un craque, un campione, ma forse non tutti conoscono la vera statura di Sócrates anche al di fuori del mondo del calcio.

Seleção 82

Per la nostra generazione Sócrates rappresenta quell’affascinante Brasile dei mondiali spagnoli del 1982. Una squadra spettacolare che non è rimasta nella storia solo a causa di due tasselli mancanti, un portiere (al posto del disastroso Valdir Peres) e un centravanti decenti (il giovane Careca si era infortunato poco prima della competizione lasciando spazio al pessimo Serginho).

Sócrates era il capitano di quella formazione che, com’è noto, annoverava campionissimi come il “nostro” Zico, Paulo Roberto Falcão, Júnior, Toninho Cerezo, Éder ed era allenata dal grande Telê Santana.

Dopo aver assistito alle prime quattro partite molti erano convinti che 12 anni dopo lo squadrone con l’attacco composto da 5 numeri 10 (Jairzinho, Gerson, Tostão, Pelé e Rivelino) finalmente una Seleção avrebbe riportato la Coppa a casa.

Ma non fu così. In quel fatidico 5 luglio al “Sarrià” di Barcelona si svegliò improvvisamente Paolino Rossi e con lui di tutta l’Italia di Bearzot. Fu proprio quel lungagnone barbuto col numero 8 a marcare la rete dell’1-1, su invito filtrante del Galinho, spiazzando Zoff sul suo palo. Ma come tutti ricorderanno non fu sufficiente.

Fu in quella occasione che il grande pubblico conobbe per la prima volta Sócrates, ma o Doutor era già un idolo nel suo paese e conosciutissimo in tutta l’America Latina, e non solo per il futebol.

Atipico

Giocatore totalmente atipico, al contrario della gran parte dei suoi colleghi non reputava il calcio l’aspetto più importante della sua vita, anzi. Sembrava fosse arrivato per caso alla ribalta, e per caso ci rimaneva. Le sue passioni principali erano invece la medicina e la politica, oltre all’alcool.

Altissimo (1,93), fisico asciutto, piedino stranamente piccolo per un’altezza simile (calzava il 38, qualcuno dice addirittura il 37) e fatato, Sócrates era nato nel 1954 a Belém, nel Pará, estremo nord del continente brasiliano.

Suo padre era un uomo di sinistra con una cultura sopra la media che negli anni della dittatura leggeva di nascosto i libri proibiti dal regime. Un nome così importante non arrivò dunque per caso, ma era solo il primo di una lunga sfilza che, da ragazzo, avevo imparato come se si trattasse di una filastrocca: Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira.

Il nostro ebbe molti soprannomi, dal classico O Doutor (per ovvie ragioni), a Magrão, all’altrettanto ovvio Crâtes, ma anche uno dei più belli mai sentiti a qualsiasi latitudine: O calcanhar que a bola pediu a Deus, ovvero «Il colpo di tacco che la palla chiese a Dio»; non proprio un modo per accorciarne il nome, ma sicuramente pura poesia brasileira che faceva riferimento a una delle sue specialità tecniche.

Sócrates crebbe a Riberão Preto, cittadona dell’interno dello Stato di São Paulo nel cui club locale, il Botafogo (da non confondersi con l’omonimo club di Rio), iniziò a giocare, alternando allenamenti e partite con l’università; aveva infatti iniziato la facoltà di Medicina presso la USP di Riberão Preto.

Con il Botafogo si proclamò campione del primo turno del Paulistão 1977 e in 4 anni marcò un centinaio di reti (nel 1976 risultò capocannoniere del campionato), attirando su di se le attenzioni delle squadre più importanti del paese. Ma approdò tardi a un club importante, a 24 anni, solo dopo essersi laureato in medicina (pediatria), qualcosa di inaudito nel mondo del calcio.

A Democracia Corinthiana

Qualcuno in Brasile diceva che Sócrates non era un atleta, ma semplicemente un grande giocatore di calcio. Interno magro e lungagnone, testa alta, tocco vellutato, dotato di rara intelligenza calcistica con la quale sopperiva alle limitate doti atletiche, i numerosi assist e le molte reti (su punizione, da fuori area, di testa) gli valsero ben presto la chiamata di uno dei più importanti club brasiliani, il Corinthians di São Paulo, il secondo club più amato del paese (dopo il Flamengo), soprattutto dalle classi più popolari della capitale paulista.

Tra il 1978 e il 1984 Sócrates segnò 172 reti in circa trecento incontri con il Timão (il Timone, presente nel simbolo del club) di cui divenne idolo supremo, insieme ad una generazione di calciatori che lasciò il segno, non solo a livello calcistico, Biro Biro, Wladimir, il più giovane Casão (Walter Casagrande, che giocò successivamente nell’Ascoli e nel Toro), Zenon, il suo socio goleador Palhinha. Con i bianconeri vinse tre campionati dello Stato di São Paulo (1979, 1982, 1983).

Ma oltre alle evidenti doti tecniche Sócrates passò alla storia anche per un altro motivo. Erano quelli gli ultimi anni di dittatura in Brasile e in tutto il paese si respirava un’aria nuova. Nel 1981 il Corinthians arrivava da una stagione fallimentare e l’anno successivo arrivò un nuovo presidente, Waldemar Pires, che scelse il sociologo Adílson Monteiro Alves come direttore tecnico della sezione calcistica. Fu un cambiamento epocale: insieme ai giocatori più politicizzati del club Adílson diede vita alla celeberrima Democracia Corinthiana, un movimento che rivoluzionò il comportamento dei giocatori dell’epoca. Principali protagonisti furono Wladimir, Casagrande e Zenon, ovviamente con Sócrates in testa e suo simbolo incontrastato.

Nel Corinthians venne introdotta l’autogestione: tutte le decisioni del club venivano prese per maggioranza dopo una votazione alla quale partecipavano tutti, dal presidente ai dirigenti, giocatori titolari e riserve fino ai magazzinieri, e ogni voto aveva lo stesso peso.

Accompagnati dai motti «Libertà con responsabilità» e «Vincere o perdere, ma sempre con democrazia», si decidevano gli orari degli allenamenti, la campagna acquisti e cessioni e sembra addirittura le formazioni. Ovviamente vennero subito aboliti i ritiri.

Pensare di ricreare un ambiente democratico a livello di autogestione totale all’interno di una squadra di calcio mentre nel paese c’è ancora una dittatura militare sembrava una completa pazzia, ma quei visionari ci riuscirono e l’aspetto più assurdo è che in quei due anni di esistenza funzionò perfettamente. Il Corinthians non solo vinse due campionati Paulistas (1982 e 1983), ma risanò anche i suoi debiti.

Tuttavia la Democracia Corinthiana, si spinse oltre. In piena dittatura militare capitanata dal Presidente Generale João Figueiredo, cercava non solo di riflettere le ansie democratiche di una società in fermento, ma anche di usare l’enorme potere del calcio sulle masse per veicolare dei messaggi civici che in quel momento non era così facile far passare in altri modi. Anticipando in qualche modo l’epoca delle sponsorizzazioni, in quel complicato periodo la maglietta del Corinthians si fece portatrice di slogan politici, come il semplice «Democracia», o «Vogliamo votare il nostro Presidente» e «Diretas já».

Era quest’ultima una campagna alla quale partecipò attivamente anche Sócrates e che cercava di ottenere l’elezione diretta del primo Presidente brasiliano alla fine della dittatura (e non dal parlamento come invece volevano i militari, per poter dirigere in qualche modo la transizione). In quel momento tutti i più grandi campioni del paese stavano emigrando in Europa e O Doutor arrivò ad affermare che se fosse stata accettata l’elezione diretta egli avrebbe rinunciato all’imminente trasferimento alla Fiorentina. Non accadde, e Crâtes partì per l’Italia.

Arrivò a Firenze quasi fosse atterrato da Marte (o semplicemente dal Brasile di quegli anni) in un modo di concepire il calcio a lui completamente alieno. Il benvenuto fu una durissima preparazione precampionato con Picchio De Sisti come allenatore, per lui che era abituato ad allenamenti blandi, magari a ritmo di musica. Non si inserì mai nella squadra, della quale rimase sempre un corpo estraneo. Durò solamente una stagione, molto deludente, con 25 presenze e 6 reti, e ritornò subito dopo in Brasile dove militò ancora per qualche anno nel Flamengo e nel Santos.

Ebbe un ultimo sprazzo in nazionale ai Mondiali di México 1986, ma ormai gli anni migliori erano già passati. Nei quarti di finale il Brasile venne eliminato ai rigori dalla Francia di Platini e Sócrates sbagliò il suo tiro dagli undici metri. Fu quella la sua ultima di 63 partite con la Seleção, condite da 25 reti.

Nel 1989 chiuse (peraltro senza quasi giocare) nel suo club degli inizi, il Botafogo di Riberão Preto. Poi nel 2004, all’età di 50 anni, per amicizia diresse per un mese il Garforth Town, squadra delle divisioni inferiori inglesi, disputando anche una dozzina di minuti contro il Tadcaster Albion. Dopo il suo ritiro esercitò la professione di medico nella sua città.

Anche il suo fratello minore Raí (nato nel 1965) divenne un apprezzato calciatore che vinse tutti i titoli possibili con il São Paulo all’inizio degli anni Novanta per poi militare per cinque anni con il Paris Saint-Germain.

Alcool e sigarette

Sócrates era costantemente accompagnato da birra e sigarette, altro paradosso per un medico. Qualcuno forse ricorderà Una vita da Goal, una serie di bellissimi programmi di Gianni Minà andati in onda come presentazione dei Mondiali del 1986. Nella puntata dedicata a Zico e Sócrates, entrambi ritornati in patria al Flamengo dopo le alterne fortune italiane, O Doutor appariva come giurato al Carnevale di Rio e nel suo palco aveva a disposizione birra sempre gelata in quantità industriali. Durante una parte dell’intervista, appoggiato al palo di una delle porte della Gávea (il centro di allenamento del Flamengo), si intravedeva che appena fuori camera aveva sempre una sigaretta accesa.

La birra mancata

Durante il mio ultimo viaggio in America Latina, 3 anni fa, sono passato da amici a São Paulo. Ero miracolosamente riuscito ad avere il numero di cellulare di Sócrates e riuscii a parlare con lui al telefono: era gentile e parlava ancora italiano. Ci mettemmo d’accordo per un’intervista il giorno in cui sarebbe sceso da Riberão Preto verso la megalopoli paulista per la sua canonica partecipazione a un programma settimanale di TV Cultura.

«Finisco alle 9 di sera», mi disse. «Chiamami alle 9 e un quarto e ti dico in che bar ci troviamo a bere qualche birretta». Purtroppo all’ora prevista il suo cellulare continuava a essere spento, come tutta la sera e anche il giorno successivo. All’indomani sono partito dal Brasile. Speravo di poterlo ricontattare in un mio prossimo viaggio brasiliano, ma purtroppo quell’incontro non si farà più.

L’ultimo saluto

Proprio ieri si disputava l’ultima partita del Brasileirão (il campionato nazionale brasiliano) e il Corinthians si giocava il titolo contro il Palmeiras, uno dei suoi più acerrimi rivali al “Pacaembu”. Ovviamente il pensiero è andato al grande Sócrates, che veniva sepolto nella sua Riberão Preto quasi contemporaneamente all’inizio delle partite. 1-1 il finale, risultato che grazie anche al pareggio nell’altro derbi (carioca stavolta) tra Flamengo e Vasco, dava al Timão il suo quinto titolo nazionale. Molti giocatori hanno poi esultato come faceva Sócrates dopo una rete: con il braccio destro in alto e il pugno chiuso.

Obrigado, Doutor.

Una visione della foresta di grattaceli della megalopoli São Paulo

Comments

  1. Grazie di cuore per l’articolo, inevitabile, anche dal Congo. Come tifoso viola ricordo per averlo visto allo stadio il pallonetto a Benevelli, nel 5-0 alla neo-promossa Atalanta. Poco altro fece, e non finì in panchina anche perché quell’anno Antognoni non giocò, per l’infortunio della stagione precedente contro la Samp. In quella squadra c’era anche il più ruspante ma più efficace, per il campionato italiano, tortellino Pecci; insomma il centrocampo era pieno di fosforo (c’era anche Oriali, altra vecchia volpe) ma insufficiente nella corsa e nel filtro (non quello delle sigarette…). Fu un’annata anonima. Ma un’esperienza come la democrazia corinthiana (da riscoprire) è irripetibile ahimè, soprattutto in Italia, dove si preferisce continuare a non responsabilizzare fuori dal campo di calcio i giovani. Per cui la nazionale resterà sotto il ricatto del talento, vero o presunto, di eterni bambini viziati, che si chiamino Cassano, Balotelli od Osvaldo….

  2. Grazie Alessandro per il bellissimo ricordo di Socrates. E’ stato un idolo della mia adolescenza e ho continuato a volergli bene (a lui e al Corinthians) anche in seguito. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo e magari bere con lui una delle sue famose cervejas bem geladas. Rimarrà un desiderio impossibile…
    Ciao

  3. Luca Marin says:

    Alessandro che dire? Pezzo da incorniciare!

  4. Jedan,
    gran pezzo davvero per una vera leggenda, soprassiedi con eleganza alla Socrates sulla sua stagione deludente alla Fiori, come ricorda Ro Berto quassopra. Mio ricordo del Doutor dal vivo: febbraio 1985, al Franchi per Fiorentina-Verona 1-3, doppietta di Galderisi (vado a memoria senza setacciare internet) e tappa fondamentale verso lo scudetto gialloblu. Mi ricordo bene che Socrates non fece un accidente durante la partita ma che emerse per ultimo dallo spogliatoio all’inizio del secondo tempo, acclamato dal pubblico, e che portava i guanti (fu l’inverno gelido in cui in toscana gelarono mezzi ulivi).
    take care in congo e sentiamoci presto per e-mail

  5. (vedo ora che invece l’esperienza alla fiori la nomini)

  6. Mi unisco agli altri complimenti per questo pezzo veramente toccante… Che saudade!!
    Come ti avevo detto via sms, lo ricorderò sempre come “maglietta gialla con annessa barba”, immagine indeledibile di quella sua (probabilmente unica) trasferta triestina…

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