30 March 2017

Stella Rossa 20 anni, Црвена Звезда 20 година

Mercoledì 22 giugno 2011

Lo scorso 29 maggio si sono compiuti 20 anni da quando la Crvena Zvezda, la Stella Rossa, si proclamò Campione d’Europa conquistando la Coppa Campioni allo stadio “San Nicola” di Bari. Con sommo piacere e sentita emozione posso affermare che quel giorno a Bari (e non solo), «io c’ero».

È difficile dire esattamente come e quando sia diventato tifoso della Stella Rossa. Il processo risale a molti anni fa, alla fine degli anni Ottanta. In alcune zone del Friuli si riusciva a captare il segnale di TV Koper/TeleCapodistria, la televisione slovena in lingua italiana che ogni sabato pomeriggio trasmetteva le partite del campionato jugoslavo di calcio e di basket. Si trattava di un’eccezione, visto che in quell’epoca antidiluviana non era così facile trovare immagini di calcio internazionale come oggi.

Ogni settimana molti ragazzi della mia generazione aspettavano il momento in cui, con il commento di eccezionali telecronisti, ci si spalancava davanti un mondo magico ed esotico. Eravamo affascinati dalla tecnica dei giocatori, le coreografie dei tifosi, le rivalità, i nomi delle squadre.

Credo di aver iniziato a sostenere la Zvezda soprattutto per la fantasia di alcuni dei suoi calciatori, soprattutto vedendo in azione Dragan Stojković Piksi e i giovanissimi (e allora sconosciuti) Dejan Savićević Dejo e Robert Prosinečki Robi.

Ricordo anche quel famoso rigore tirato da Piksi “alla Panenka” all’82’ della finale di Coppa contro il Borac di Banja Luka l’11 maggio 1988. Si giocava allo stadio della JNA (quello del Partizan), con gli ospiti che conducevano uno a zero; purtroppo il portiere Slobodan Karalić non si mosse ed il pallone gli arrivò direttamente tra le braccia. A quell’epoca nessuno si permetteva di tentare una simile giocata e, soprattutto, per sbagliarlo in quel modo Piksi doveva essere sul serio un grandissimo.

Quando parlo delle capacità tecniche di Stojković, forse non tutti le ricordano: mi riferisco (anche) a questo:

Se è vero che si trattava del club più poderoso del campionato (aspetto non esattamente positivo), il fascino della Zvezda diventava esponenziale nelle sfide delle coppe europee: pensare che ci fosse una squadra relativamente povera, ma così piena di giovani talenti, tutti dello stesso paese (allora Jugoslavia) che poteva competere a testa alta con qualsiasi squadrone del ricco Occidente faceva venire i brividi. Con i suoi fuoriclasse in erba poteva vincere contro qualsiasi squadra, per poi suicidarsi inspiegabilmente come è capitato tante volte nella storia del calcio balcanico. Il fascino era irresistibile. All’epoca alle squadre jugoslave capitava spesso una stagione europea fantastica, come fu il caso del fantastico Željezničar di Ivica Osim [qui la storia del secondo club di Sarajevo] giunto a soli 3 minuti dalla finale di Coppa UEFA 1984/85, o il glorioso Radnički di Niš che nel 1981/82 venne eliminato in semifinale della stessa competizione dall’Amburgo dopo aver fatto fuori Napoli, Grasshoppers, Feyenoord e Dundee Utd.

La guida sportiva della Stella Rossa era in mano a due grossi personaggi, la vecchia gloria Dragan Džajić (oltre 600 partite con la Zvezda) e l’ex cestista Vladimir Cvetković. Furono loro a iniziare ad assemblare pezzo dopo pezzo una compagine di giovani talenti che permettessero il cambio generazionale e con la speranza di raggiungere traguardi importanti.

I primi ad arrivare nel 1986 furono appunto il 21enne Stojković dal Radnički e il centravanti Bora Cvetković dalla Dinamo Zagreb (successivamente militò nell’Ascoli di Costantino Rozzi facendo impazzire con il suo nome le impensabili pronunce di Tonino Carino). Nel 1987 seguirono l’allora 18enne Prosinečki, anch’egli dalla Dinamo [si veda la sua storia su questo sito] e il mediano Refik Šabanadžović dallo Željezničar, nell’anno successivo il goleador macedone Darko Pančev dal Vardar e il montenegrino Savićević dal Budućnost. Nel 1989 si aggregò anche il serbo-romeno Mile Belodedić già campione d’Europa con la Steaua e scappato dalla dittatura di Ceauşescu, e solo nel gennaio 1991 il talento Siniša Mihajlović dal Vojvodina. La formazione venne completata dal portiere Stevan Stojanović Dika (capitano a Bari), Vlada Stošić e Vladimir Jugović, tutti e tre usciti dalle giovanili del club, dai terzini montenegrini Radinović e Marović, lo stopper macedone Najdoski e del velocissimo quanto scarso Binić.

Trionfo europeo a parte, i risultati si notarono: dal 1987/88 al 1991/92 la Zvezda vinse 5 campionati in 6 stagioni (solo nel 1988/89 prevalse la sorprendente Vojvodina guidata in campo dal vecchio zvezdaš Miloš Šestić e da Mihajlović).

La tripla sfida contro il Milan

Già nei quarti di finale della Coppa Campioni 1986/87 la Stella Rossa aveva sfiorato il miracolo contro il Real Madrid della Quinta del Buitre, di Valdano e Hugo Sánchez. Il “Marakana” aveva assistito a una fantastica giornata di calcio, con la vittoria sulle merengues per 4-2 (con un rigore di Hugo a 3 minuti dalla fine); come sempre però era riuscita a farsi eliminare al ritorno perdendo per 2-0 al “Bernabéu”.

Un momento chiave per la mia fede di tifoso biancorosso fu sicuramente la tripla sfida degli ottavi di finale di Coppa Campioni contro il Milan (autunno 1988), con Stojković e Savićević che fecero il diavolo a quattro con i fuoriclasse del primo Milan di Sacchi.

Nell’andata di “San Siro” del 26 ottobre pochi si aspettavano che la Zvezda potesse creare dei grattacapi ai rossoneri Campioni d’Italia che nelle loro fila annoveravano anche i 3 olandesi, fiammanti Campioni d’Europa. Invece, all’inizio del secondo tempo, Stojković prese la palla e da solo con le sue finte e contro finte fece ammattire l’intera difesa del Milan: Franco Baresi quasi cadde, Piksi si presentò da solo davanti a Giovanni Galli e lo ingannò infilandolo d’esterno sulla sua sinistra. Un minuto dopo pareggiò Virdis su assist di Van Basten, ma l’1-1 finale sembrava positivo per il ritorno.

Due settimane dopo, il 9 novembre, il Milan si trovò di fronte alla bolgia del “Marakana”, ma una spessa nebbia calò sulla città e sullo stadio. Al 50’ fu Savićević a segnare una rete che quasi nessuno riuscì a vedere. Proprio Dejo stava allora svolgendo il servizio militare (che in Jugoslavia non risparmiava i calciatori): veniva lasciato libero quasi esclusivamente per le partite importanti (ovvero quelle internazionali) e si può immaginare la sua voglia di bruciare tutto e tutti quando poteva giocare.

Al 65’ l’arbitro tedesco Dieter Pauly decise che non si poteva continuare e sospese la partita, e fin qui va bene. Ma anziché continuarla dal momento della sospensione il giorno dopo venne rigiocata dall’inizio, ripartendo dallo 0-0. Assurdo.

Il 10 novembre dunque le due squadre scesero nuovamente in campo per la terza partita. Sacchi non poté contare su Virdis, espulso il giorno prima, e su Ancelotti, che aveva ricevuto la seconda ammonizione.

La Zvezda venne graziata su una clamorosa autorete di Vasilijevic non segnalata, poi al 34’ Van Basten portò in vantaggio i rossoneri con un colpo di testa su cross di Donadoni. Solo 4 minuti dopo però un’altra fantasmagorica rete di Stojković lanciato da Savićević portò al pareggio. Rimasero scolpiti anche i giochetti di Prosinečki (inizialmente in panchina) su Colombo. Il risultato non cambiò fino al termine dei supplementari. Purtroppo ai rigori ebbe la meglio il Milan, Galli parò i tiri di Savićević e di Mitar Mrkela e il Milan volò verso la sua prima Coppa e la successiva gloria internazionale.

Secondo una teoria iperbolica (ma neanche poi tanto), se in quel giorno autunnale a Beograd non fosse scesa la nebbia a salvare il Milan, forse Berlusconi non sarebbe successivamente divenuto Presidente del Consiglio: come si ricorderà, quando decise di entrare in politica il magnate cercò di sfruttare al massimo i trionfi dei rossoneri, soprattutto i trofei internazionali che iniziarono proprio in quella stagione; se la Zvezda avesse eliminato il Milan, non sarebbe arrivata la prima Coppa Campioni dell’era Sacchi, né l’Intercontinentale, e per partecipare a quella seguente sarebbe stato costretto a vincere lo scudetto… Sogni.

La Zvezda più bella

Personalmente ritengo la squadra della stagione successiva (1989/90) come la più spettacolare di quegli anni, con ancora Stojković capitano, ma anche con Prosinečki ormai in pianta stabile, Savićević che aveva ormai terminato la naja come anche Pančev, che finalizzava almeno qualcuna delle decine di occasioni che la squadra produceva; anche se mancava Mihajlović che militava ancora nel Vojvodina c’erano Belodedić a guidare la difesa, il talento di Vladan Lukić che non si era ancora perso prematuramente (ora è Presidente della Zvezda) e quello del “vecchio” Mrkela. L’allenatore Branko Stanković era stato sostituito da Dragoslav Šekularac Šeki, uno dei giocatori più funambolici della storia del calcio jugoslavo e serbo, e più incline del suo predecessore ai talenti. Uno spettacolo.

Come accennato, l’anno precedente la Stella Rossa era giunta seconda dietro al Vojvodina e dovette accontentarsi di partecipare alla Coppa UEFA. Nel terzo turno di quella competizione, contro l’1. FC Köln di Pierre Littbarski e Icke Hässler si vide forse la summa della Zvezda dell’epoca.

Il 22 novembre 1989 in un “Marakana” come sempre strapieno l’andata terminò con un secco 2-0. In questa sintesi si possono apprezzare il gioco spumeggiante, i numeri allucinanti dei suoi fuoriclasse, le decine di occasioni (sbagliate, con anche una rete annullata per un fuorigioco ininfluente) fino alla stratosferica doppietta di Dejo: allo scadere il montenegrino infilò per due volte il portiere tedesco, prima con un colpo di testa sotto misura su corner di Piksi e poi con una tremenda sassata dal limite finita all’incrocio e che quasi spaccava le reti tese del “Marakana”. Pazzesco.

Nel ritorno in Germania il 6 dicembre, il suicidio: la Zvezda si sciolse incredibilmente proprio negli ultimissimi minuti della partita, causa anche un portiere novellino come Zvonko Milojević che ci mise del suo. A 7’ dalla fine il risultato era ancora sull’1-0 (Falko Götz, con il pallone che forse era uscito), ma quegli sciagurati ultimissimi minuti determinarono il 3-0 finale: reti ancora di Götz all’83’, un’azione sbagliata clamorosamente da Prosinečki da solo davanti al portiere e poi la beffa di Ordenewitz proprio al novantesimo su azione scaturita da una punizione inesistente e 4 giocatori soli davanti a Milojević. Ancora eliminati.

I Mondiali di Italia 90 furono gli ultimi con la Jugoslavia unita e videro i plavi tra i protagonisti. La nazionale multietnica guidata dal grande Ivica Osim uscì solo ai rigori ai quarti di finale contro l’Argentina di Maradona; sia Diego che Piksi sbagliarono il loro rigore. Molti ricorderanno la fantastica doppietta di Stojković negli ottavi contro la Spagna a Verona: prima un numero da funambolo in area (pallone a spiovere, finta di botta al volo con Martín Vázquez che se ne andò lungo e disteso e tocco morbido ingannando Zubizarreta sulla sua destra) e poi una perfetta punizione dal limite nell’angolino.

La stagione d’oro e l’inizio della tragedia

La Jugoslavia (SFRJ) iniziava paurosamente a scricchiolare, e anche il calcio ne era testimone. Il 13 maggio 1990 era in programma la famosa partita al “Maksimir” tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa che non si disputò a causa dei violenti scontri tra i tifosi più facinorosi delle due squadre, rispettivamente Bad Blue Boys e Delije; mancava ancora un anno allo scoppio del conflitto e già era possibile capire che cosa sarebbe potuto accadere. Ma anche il 28 settembre dello stesso anno per Hajduk-Partizan al “Poljud” di Spalato gli ultras della locale Torcida invasero il campo cercando di linciare i giocatori della squadra serba.

Dopo i Mondiali iniziò la storica stagione 1990/91 che rimase negli annali del club e si concluse nel peggiore dei modi, ma ancora nessuno lo sapeva. Ora, vent’anni dopo, sembra quasi impossibile pensare che sia accaduto sul serio e di esserne stato testimone diretto.

Purtroppo Stojković era già stato venduto all’Olimpique Marseille, squadra in cui si sarebbe presto rotto i legamenti del ginocchio perdendo così la possibilità di diventare, anch’io ne ero certo, uno dei più forti calciatori del mondo. L’allenatore cambiò nuovamente e arrivò Ljupko Petrović, che aveva portato al titolo il Vojvodina (nella stagione appena conclusa ha invece allenato in Croazia).

La Stella Rossa fu protagonista di una sensazionale cavalcata europea condita da prestazioni maiuscole: al primo turno eliminò Grasshopper, 1-1 in casa (Kozle per gli svizzeri e Binić) e 1-4 a Zurigo (ancora Kozle; Pančev, due rigori di Prosinečki e Radinović), poi caddero i Glasgow Rangers, 3-0 al “Marakana” (autorete, punizione di Robi e Pančev) e 1-1 a “Ibrox” (McCoist e Pančev).

Nell’andata dei quarti contro la Dinamo Dresden (3-0) fu ancora Robi ad aprire le danze con una fantastica punizione nel “sette” per poi correre verso il Sever a perdifiato, come mai accadeva durante le fasi di gioco delle partite; seguirono la rete di Binić e un tiro incrociato di Savićević.

Nel ritorno in Germania Est l’eroe fu Dejo, con una bellissima rete in slalom che pareggiava il rigore iniziale di Gütschow; poi segnò Pančev, ma al 78’ la partita venne sospesa per incidenti provocati dagli ultras della Dynamo e la Zvezda vinse per 0-3 a tavolino.

Era la terza volta che la Stella Rossa raggiungeva le semifinali di Coppa Campioni. Nella prima (1957) venne eliminata dalla Fiorentina (0-1 a Beograd e 0-0 a Firenze); poi in finale i viola sarebbero stati sconfitti dal potentissimo Real Madrid di Di Stéfano e Gento.

Nel 1971, proprio vent’anni prima, era avvenuta un’altra storica disfatta. Contro il Panathinaikos allenato dal leggendario Puskás Ferenc, nell’andata giocata in casa fino al 56’ la Zvezda conduceva per 3-0; 4-1 il finale, un risultato di tutto rispetto per affrontare il ritorno. Ma ad Atene avvenne la solita catastrofe: riuscì nell’impresa di perdere per 3-0 e furono i greci a volare alla finale di “Wembley” (sconfitti poi per 2-0 dall’Ajax di Cruijff, alla sua prima Coppa). Si seppe successivamente che prima della partita alcuni giocatori della Zvezda si sentirono male e molti pensarono a qualche intervento esterno, mai peraltro provato.

Tornando alla nostra stagione, il sorteggio aveva riservato un’amara sorpresa alla Zvezda che avrebbe affrontato il temibilissimo Bayern; Jupp Heynckes poteva schierare giocatori del calibro di Thon, Brian Laudrup, Wohlfarth, Effenberg, Khöler, Reuter, Augenthaler, Ziege, Strunz. Molti storsero il naso, ma uno dei pochi ad essere contento fu Džajić, che credeva ciecamente nei suoi pupilli e preferiva giocare subito contro la squadra più forte.

Riuscii finalmente ad andarla a vedere, grazie ai biglietti che mi giunsero direttamente da Beograd. Arrivando in treno al mattino a Monaco nel quartiere a ridosso della stazione ferroviaria non si sentiva praticamente parlare tedesco: oltre ai molti tifosi giunti dalla Jugoslavia, tantissimi emigrati si diedero appuntamento in Baviera.

Quella sera di aprile all’“Olympiastadion” c’erano oltre 25mila serbi, una muraglia umana che fu partecipe di un’esibizione di prim’ordine. Al 23’ i crveno beli andarono in svantaggio con un bel colpo sotto di Wohlfarth sull’uscita del portiere, ma riuscirono a ribaltare il risultato con due gol capolavoro: proprio allo scadere del primo tempo una velocissima combinazione Prosinečki-Binić sulla fascia destra premise a Pančev di pareggiare, e nella ripresa il raddoppio di Savićević protagonista di una galoppata micidiale dalla propria metà campo.

Sull’onda dell’entusiasmo ormai si doveva continuare: due settimane dopo, presi il treno Parigi-Beograd e mi recai per la prima di centinaia di volte in Serbia e nella sua capitale: era il 24 aprile 1991. È difficile descrivere a parole lo spettacolo a cui assistetti in quella gelida serata nel catino ribollente del “Marakana” (80mila persone).

La partita si giocava alle 20:15 e già 2 ore prima lo stadio era quasi pieno.

Alle 20 l’apoteosi: il pubblico iniziò a scandire un conto alla rovescia che annunciò l’accensione di fuochi lungo tutto il perimetro del campo.

Qui l’effetto dal centro del terreno di gioco:

La partita fu pericolossima per le coronarie, una continua altalena di emozioni e una serie infinita di occasioni da entrambe le parti. Riguardando ora le immagini, ancor oggi quelle emozioni sono a fior di pelle.

La Zvezda andò in vantaggio al 25’ con una splendida punizione di Siniša Mihajlović. Ma nel secondo tempo i bavaresi ribaltarono il risultato in soli 5 minuti, dal 62’ al 67’, grazie a due clamorosi errori della difesa: prima una punizione di Augenthaler che passò tra le braccia e sotto le gambe di Stojanović, e poi fu Bender ad approfittare di un colossale regalo di un difensore.

Sembrava la solita maledizione dei ritorni di coppa. Ci fu ancora qualche occasione e, quando ormai si presagivano i supplementari, arrivò la miracolosa autorete di San Augenthaler che, in collaborazione con il portiere Aumann, sancì il definitivo 2-2: le tribune del “Marakana” iniziarono a tremare per il tripudio, iniziava l’invasione di campo e la Zvezda conquistava la sua prima finale di Coppa Campioni! «Idemo u Bari, Idemo u Bari» cantavano tutti.

«Nebo se otvorilooooo» (il cielo si è squarciato) gridava il telecronista Milojko Pantić [si veda la storia su di lui].

Un filmato particolare e intimo con i calciatori che appena usciti dal campo festeggiano l’accesso alla finale; si noti come lo spogliatoio sembra piuttosto un ufficio con panche e sedie di plastica aggiunte; poi, dopo vari cori estemporanei, i giocatori si fermano a guardare le azioni salienti di cui erano stati da poco protagonisti sul televisore a disposizione. Una bellissima testimonianza possibile grazie a un unico cameraman infiltrato e sicuramente molto vicino alla squadra.

12 anni prima, nel 1979, la Zvezda era riuscita a conquistare un’altra finale europea, ma di Coppa UEFA. Anche quella generazione d’oro che includeva Vladimir Petrović Pižon, Dule Savić, Zoran Filipović, Miloš Šestić perse la sua occasione e venne sconfitta dai tedeschi del Borussia Mönchengladbach capitanati da Berti Vogts: 1-1 all’andata al “Marakana” (Šestić e un’autorete di Jurišić) e 1-0 per i tedeschi al ritorno al “Rheinstadion” di Düsseldorf grazie al rigore del Pallone d’Oro danese Allan Simonsen.

Il 29 maggio 1991 a Bari si giocò dunque la finale, proprio contro l’Olympique Marseille di Bernard Tapie e dell’amatissimo ex capitano Piksi Stojković reduce dal grave infortunio: per fortuna il belga Raymond Goethals, allenatore dei francesi, lo lasciò a marcire in panchina insieme al veterano Jean Tigana fino al 112’. In campo però i francesi contavano su fuoriclasse come Chris Waddle, Jean-Pierre Papin e Abedi Pelé. Ai quarti l’OM aveva eliminato il Milan (reduce da 2 coppe consecutive) protagonista della famosa sceneggiata del “Vélodrome” quando Galliani, visto che i suoi stavano perdendo, non fece rientrare la squadra a seguito di un’interruzione dell’impianto di illuminazione.

Anche in Puglia si viaggiò in treno, stavolta con il Trieste-Lecce. Dalla Serbia arrivarono circa 30mila tifosi, con aerei e bus attraversando l’Adriatico dal Montenegro. Prima dell’inizio sulla curva superiore apparve una immensa bandiera serba: nello stadio di Bari, dedicato al santo più venerato in Serbia (Sveti Nikola), la Zvezda non poteva proprio perdere.

Conoscendo i suoi polli, il saggio allenatore Ljupko Petrović decise che dopo lo spettacolo dei turni precedenti era meglio limitare al minimo i rischi privilegiando, forse per la prima volta, il risultato al gioco. Come accennato neanche Goethals rischiò: ne uscì una partita grigissima e con poche occasioni che si trascinò sullo 0-0 fino al termine dei supplementari.

Ai rigori la tensione era altissima. Per fortuna Stojanović parò subito il primo tiro dei francesi, di Manuel Amoros; segnarono invece tutti gli altri, Prosinečki, Binić, Belodedić, Mihajlović da una parte e Casoni, Papin e Mozer dall’altra (ritenendosi preso in giro dall’allenatore, Piksi si rifiutò di calciarlo).

Il bomber macedone Darko Pančev fu l’incaricato di riscattare le sorti di tutte le fantastiche generazioni precedenti della Zvezda e non fallì il tiro decisivo, battendo Pascal Olmeta sulla sua destra.

La Zvezda diventava per la prima (unica e ultima) volta Campione d’Europa.

Nel dopopartita la festa all’hotel di Torre a Mare durò tutta la notte: erano arrivati anche i trubači, qui si vedono i giocatori impegnati nell’Užičko kolo:

La fine di tutto

Fu il momento più alto che purtroppo significò anche la fine di tutto. Un mese dopo Bari iniziarono i conflitti jugoslavi, con tutta la tragica sequela di conseguenze, anche sportive.

Forti delle esperienze violente degli hooligans jugoslavi della seconda metà degli anni Ottanta, le frange estreme del tifo costituirono il serbatoio principale di arruolamento delle milizie paramilitari, soprattutto gli ultras di Stella Rossa, Dinamo Zagabria e altre squadre del paese.

Alcuni giocatori se ne andarono già in quell’estate, ma ci fu ancora tempo per la finale (unica) di Supercoppa persa all’ “Old Trafford” contro il Manchester United: la rete di Brian McClair arrivò solo nel finale dopo decine di occasioni sprecate, soprattutto da Pančev (e un rigore parato da Milojević).

Straordinaria fu la prestazione di Savićević: si dice che fu proprio guardando quell’incontro in televisione che Berlusconi decise di acquistarlo; il montenegrino arrivò infatti al Milan l’anno successivo.

Poi, l’8 dicembre, l’ultima effimera gioia, la Stella Rossa conquistò a Tokyo anche la Coppa Intercontinentale laureandosi Campione del Mondo: 3-0 sui cileni del Colo Colo, grazie alla doppietta di Jugović e al sigillo di Pančev.

Nonostante in Serbia non si combattesse, l’UEFA aveva già proibito alla Zvezda di disputare in casa le partite di Coppa Campioni; dovette emigrare dunque sui campi neutri vicini al confine a Szeged (Ungheria) e Sofia (Bulgaria), ma venne eliminata già nel gironcino a 4 che preannunciava l’inizio della Champions League e la fine di un’epoca anche calcistica.

Poi il patatrac completo. In aprile iniziò la guerra in Bosnia e il 30 maggio 1992, a seguito della strage del pane in ulica Vase Miskina a Sarajevo avvenuta tre giorni prima, la Risoluzione dell’ONU 757 decretò l’embargo totale nei confronti della Serbia e Montenegro. Le sanzioni erano anche culturali e sportive: le squadre serbe non poterono partecipare a nessuna competizione internazionale e, come si ricorderà, i resti della nazionale “jugoslava” che si trovavano già in Svezia per disputare l’Europeo vennero fatti rientrare in patria; al suo posto fu frettolosamente ripescata la Danimarca: i giocatori danesi erano già in vacanza, ma riuscirono inaspettatamente a vincere il torneo.

Il durissimo (almeno per la popolazione) embargo che durò fino a poco prima di Dayton (1995) sigillò il paese e permise, insieme ai traffici derivati dal conflitto, la più grossa operazione mafiosa degli ultimi decenni in Europa.

Negli anni successivi sono tornato molte volte in Serbia, anche per assistere ad alcune partite. Il livello del calcio serbo, anche dopo la fine dell’embargo, è decisamente pietoso.

Un paio di volte la Zvezda è andata vicino alla qualificazione per il girone di Champions, senza purtroppo riuscirci come è invece capitato in due occasioni al Partizan. Dopo un’alternanza di titoli, grazie ad una migliore organizzazione, gli acerrimi rivali sono riusciti a conquistare anche gli ultimi 4 campionati.

Stranamente, le celebrazioni più importanti del titolo di Bari si sono tenute l’anno scorso: quasi tutti i protagonisti dell’epoca si sono ritrovati a Beograd ed è stata anche la prima volta in Serbia per Prosinečki dopo 18 anni, un modo per rientrare in contatto anche con l’antico compagno Vladan Lukić, come accennato ora presidente del club biancorosso.

Durante la sua storia, la Stella Rossa ha reso omaggio ai suoi più grandi giocatori con il titolo di Zvezdina Zvezda ovvero “Stella della Stella” (Rossa). Cinque personaggi hanno ricevuto questo onore: Rajko Mitić e i citati Šekularac, Džajić, Vladimir Petrović e Stojković. Forse per ricordarsi delle glorie del recente passato in contrasto con il disastroso presente, proprio in quell’occasione il club ha deciso di rendere omaggio alla generazione che nel 1991 vinse la Coppa Campioni, dichiarando quella squadra la sesta (e ultima) Zvezdina Zvezda.

Dallo scorso dicembre, Prosinečki è stato chiamato sulla panchina della Zvezda. Non ci resta che sperare che i risultati migliorino (peggiorare è difficile) [qui una serie di articoli su questo sito che riguardano le vicende della Zvezda].

In chiusura, come speranza e omaggio ai tifosi della Stella Rossa, un video che si riferisce al 2 novembre 2005. Era la vigilia di Zvezda-Basilea, primo incontro del gironcino di UEFA di quell’anno che si sarebbe disputato al “Marakana” a porte chiuse per gli scontri durante il turno precedente contro i croati dell’Inter Zaprešić. (Per la cronaca, la Zvezda allenata allora da Walter Zenga e con Piksi Presidente venne sconfitta per 1-2 con una rete subìta all’88’; nel successivo incontro in casa ebbe addirittura la meglio sulla Roma, con un 3-2 che aveva fatto rivivere ai presenti, tra i quali mi includo, i vecchi tempi).

Ma tornando a quella sera prima del Basilea, quando i giocatori arrivarono all’allenamento rimasero di stucco: se normalmente allo stadio la media era solo di qualche migliaio di spettatori, nel piccolo campo prospiciente il “Marakana” si trovarono 10mila tifosi che, non potendo assistere alla partita il giorno dopo, volevano far sentire il loro calore alla squadra. Questo era l’ambiente che si respirava:

«Samo ti…»

Comments

  1. buine bre! in ritardo ma, come ti avevo promesso, appena ho potuto mi sono goduto questo tuo bel contributo.
    certo che erano proprio forti e pazzi, ma forti tanto.
    difettavano però in eleganza, erano più ben vestiti i trubaci che non i neo-campioni d’europa…
    su koper la partita di colonia l’avevo vista anch’io, nell’autunno del ’89. mi par di ricordare, anche dalla telecronaca che comunque (penso fosse tavcar, ma non ci giurerei) era di parte, che l’erste (come dice geims) abbia rubato in lungo e in largo ma tu non ne fai cenno, forse sbaglio io dopo 22 anni…
    maman, fra.

  2. ah, adesso mi leggo cos’hai scritto sull’athletic…
    ri-maman.

  3. Finalmente sono riuscito a leggere quest’articolo, come mi ripromettevo di fare da tanto…
    Grandissima nostalgia di quei tempi in generale e di quella Zvezda in particolare. E pensa che non ho guardato i video (lo farò più avanti), altrimenti…
    Nonostante i tuoi inviti (come tu ben sai…) non ho assistito dal vivo a nessuna delle ultime 3 partite di quella magica edizione della Coppa dei Campioni (che bello chiamarla così!) del 1990-91. Ma le ricordo benissimo, in particolare quella semifinale col Bayern, penso che mai un autogol abbia provocato un’emozione forte come quello di Augenthaler al Marakana che veramente, come si dice, in quel momento deve essere “venuto giù”!!!
    Tra le partite citate, oltre a quelle contro il Milan di Sacchi, ricordo ancora di aver guardato una sintesi proposta dalla Rai (anch’essa al tempo offriva servizi molto migliori di quelli attuali…) di quel Zvezda-Madrid 4-2, facendo un tifo sfegatato per i crveno beli, e ricordo il gol (forse il 3-0?) del futuro ascolano Bora Cvetković. Ma quel rigore di Hugo Sanchez a 3′ dalla fine mi parve subito un brutto presagio per il passaggio del turno, puntualmente conquistato al ritorno al Bernabéu dalle, già a quel tempo, (da me) odiate merengues…

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