23 March 2017

Da Nelspruit a Pretoria (e sapori moçambicanos)

In viaggio, lunedì 21 giugno

Ho passato l’ennesima notte difficile. Ormai da diversi giorni mi porto dietro un fastidioso e ormai cronico mal di gola con annesso raffreddore dovuti al freddo pungente dell’inverno sudafricano.

Ieri sera, solo dopo le ennesime suppliche, sono riuscito ad ottenere un termosifoncino elettrico per la notte che, visto il tragico panorama, è già qualcosa (anche se serve a poco).

Mi reco in centro a Nelspruit per prendere l’autobus per Pretoria.

È annunciato con mezz’ora di ritardo, ma chissà. Arriva da Maputo, la capitale del Mozambico, distante appena 200 km.

Da queste parti i contatti con il paese vicino sono molto frequenti. Alcuni ospiti della guesthouse erano mozambicani e la sede della compagnia (e di molte altre) di bus è situata sulla via principale di Nelspruit, dedicata a Samora Machel, capo della guerrilla mozambicana e Presidente del paese dall’indipendenza (1975) fino al momento della sua morte, avvenuta in circostanze misteriose: il 19 ottobre 1986 stava ritornando da una visita in Zambia quando il suo aereo cadde sulle montagne di Lebombo (Sudafrica). Secondo la versione ufficiale si trattò di un errore del pilota, ma rimangono molti sospetti sul governo di Pretoria che, nella cornice della Guerra Fredda, sosteneva i ribelli della RENAMO (appoggiati anche dagli Stati Uniti), così come quelli dell’UNITA in Angola (mentre l’Unione Sovietica sosteneva rispettivamente FRELIMO e MPLA).

Curiosamente, Graça, la vedova di Machel, nel 1998 si sposò con Nelson Mandela, divenendo l’unica First Lady di due paesi diversi.

Sull’autobus trovo anche una bellezza mozambicana con sciarpa e berretto del Portogallo, che sta giocando proprio mentre siamo in viaggio (alla fine sarà un sorprendente 7-0 contro la povera Korea del Nord). Può sembrare strano che in un’ex colonia si faccia il tifo per il paese colonizzatore, ma dopotutto il più grande giocatore “portoghese” della storia (Eusébio) era nato a Lourenço Marques, il nome coloniale di Maputo.

Nel frattempo due neozelandesi ancora euforici dal giorno prima leggono sul giornale le imprese della loro nazionale.

Finalmente il pullman arriva.

Compie uno strano percorso: in quattro ore siamo a Joburg, poi torna indietro verso Pretoria. Arriviamo alla terminale degli autobus, che si trova vicina alla storica stazione ferroviaria della capitale, costruita nel 1910 e da poco ricostruita dopo che nel 2001 era stata messa a ferro e fuoco da passeggeri (estremamente) arrabbiati.

Da qui partono due treni superlusso: il Rovos Rail, un percorso ferroviario che raggiunge le cascate Vittoria, al confine tra Zimbabwe e Zambia, e il Blue Train, (Treno Blu) che unisce la capitale alla lontanissima Cape Town.

Anche oggi non ho prenotato. Chiamo per sfizio un ostello che dovrebbe offrire anche camere singole (in queste condizioni non posso dividere una camera), ma come al solito sparano prezzi esorbitanti. Quando chiedo quale sarebbe la tariffa normale mi rispondono che ora ci troviamo in epoca di Mondiali. ‘Fanculo.

Proprio di fronte sorge il “Victoria Hotel”, fondato nel 1884, il più antico della città. È squinternato e decadente, ma per fortuna riesco a trovare una camera ad un prezzo non esorbitante (almeno gli alberghi non pompano i prezzi in questo periodo).

Mi accoglie e mi aiuta Nico, 79enne originario della costa ma da varie decine d’anni qui, che arrotonda la pensione lavorando come concierge. È lui a condurmi nei meandri del “Victoria”.

Anche nelle stanze e nei saloni del vetusto albergo fa freddo. Nell’immensa sala da pranzo dagli altissimi soffitti, due ragazzi messicani con sciarpe e berretti stanno guardando il Cile battere la Svizzera 1-0 (con un’altra sfida udinese: Sánchez ed Isla contro Inler). Insieme, due spagnole che stanno per prendere il treno per andare a vedere la Spagna a Johannesburg.

Quando finisce la partita vado a cercare da mangiare. Come tutti i quartieri vicino a (quasi) tutte le stazioni del mondo, anche questo è poco raccomandabile dopo il tramonto (ma sono solo le 18!). Mi dicono che al “Blue Bul” (sic) c’è anche un braai (la griglia).

È un posto dove propongono piatti pronti da portar via, ma con annesso anche il banco carni:

come in altri posti, si possono comprare le bistecche qui e poi chiedere all’altro banco di cucinarle.

Come sempre sono l’unico bianco in giro.

Nonostante l’ora, questo è il mio pranzo ed ho i crampi dalla fame! Torno all’albergo, alla stessa sala; ma ci mangerà mai qualcuno? Riesco a  mala pena a trovare delle posate…

Alla sera ci ritroviamo nella stessa stanza con i pochi ospiti dell’hotel a guardare anche Spagna-Honduras, 2-0 con doppietta del neo blaugrana David Villa, ma con numerose occasioni sprecate (tra le quali anche un rigore dello stesso Villa calciato fuori).

In prima fila lo stesso concierge Nico che, nonostante i cartelli “Vietato Fumare”, accende una sigaretta dietro l’altra, mentre parla in afrikaans ai due inservienti neri che faranno la guardia la notte.

Il posto è realmente particolare, con corridoi lunghissimi e scricchiolanti.

Tra l’altro anche di sera le finestre che danno sui corridori sono semiaperte, con spifferi di aria gelida che penetrano anche nelle stanze.

La mia offre due letti a castello in ciascuna delle due metà, divise da una parete. Per fortuna stanotte non ci sono altri ospiti. In linea con l’albergo, anche la doccia (con i bordi della cabina in legno) è di un’altra epoca.

Il letto è piccolo e ci si sprofonda dentro. Per fortuna Nico mi lascia una preziosa stufetta elettrica per la notte che lascio sul comodino, rivolta verso una parte del mio corpo per sentirne gli effetti benefici. Fuori dal suo raggio d’azione, invece, si gela.

Comments

  1. Francesco Brollo says:

    Queste bellissime cronache differite ci fanno riavvolgere il nastro e riandiamo a quando l’Italia era ancora in corsa: dai che vinciamo il mondiale!…

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