25 July 2017

Le antiche chiese lignee di Chiloé, Maramureş e la Cocinería

Venerdì 20 gennaio 2012

Le chiese lignee di Chiloé rappresentano la più alta espressione artistica dell’arcipelago. Risalgono ai secoli XVIII e XIX e furono costruite con parziale influenza dei gesuiti immigrati da Baviera, Ungheria e Transilvania, e poi continuate dai francescani.

Tra le caratteristiche principali, la base rettangolare, tre navate, la torre e gli archi della facciata, di diversa foggia. Sedici tra loro sono entrate nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Fatte salve le debite differenze, Chiloé ricorda parzialmente la meravigliosa regione rumena di Maramureş che ho visitato la scorsa estate. Anche là il tempo sembra essersi fermato, l’abbondante legno ha sempre permeato cultura e arte, soprattutto con le fantastiche chiese lignee, alcune risalenti a tre secoli fa e tra i più grandi edifici esistenti al mondo in questo materiale. Qui quella di Surdeşti del 1721:

Ho un dilemma per visitare alcune delle chiesette: se partire con tour o andare da solo, prendendo vari bus locali e, nel caso gli orari non coincidano, provare in autostop, anche per ottenere un contatto più diretto con il territorio. Alla fine parto da solo, speriamo il tempo tenga.

Inizio proprio dalla chiesa di Castro, la “capitale” dove sto dormendo. L’imponente chiesa di San Francisco de Castro, costruita dai Francescani nella seconda metà dell’Ottocento su disegno dell’italiano Eduardo Provasoli, svetta nella piazza centrale. Neogotica, appare molto diversa dalle altre.

Anche l’interno non lascia indifferenti,

ma guardando meglio, appare una versione giovane di Padre Pio con tanto di ex voto (!).

Inizio poi un interessante itinerario e riesco non si sa come a inanellare una serie di collegamenti rocamboleschi tra un bus e l’altro tra i villaggi dell’isola di Quinchao, nel mare interno di Chiloé.

Ovviamente il bus deve salire su un piccolo traghetto,

che permette agli abitanti della zona di attraversare.

Sembra che il bus si fermi a richiesta anche a casa di chi ritorna dopo aver fatto la spesa.

I soliti paesaggi bucolici che contraddistinguono l’arcipelago.

La chiesa di Achao, il capoluogo dell’isoletta, è dedicata alla Vergine di Loreto ed è la più antica di Chiloé, la sua navata risale circa al 1730-40.

Con l’interno di legno dipinto.

Di fronte, una barca in arrivo.

Per combinazione riesco a agganciare un secondo bus che sta partendo per Quinchao, un altro paesino (che ha lo stesso nome dell’isola e assomiglia anche all’altro, poca fantasia…). Sul tragitto, dall’alto si intravedono gli ennesimi allevamenti di salmone che hanno decisamente cambiato il volto dell’arcipelago.

Il bus mi lascia sulla strada che scende al villaggio, il conducente dice che in circa mezzoretta ripasserà, da sotto stavolta.

Nonostante qui ci vivano quattro gatti, quella di Quinchao è la più grande delle chiese di Chiloé e risale al 1880. Una ragazza all’interno mi spiega poi che è a causa della festa della patrona, l’8 dicembre, unico momento dell’anno in cui si riempie.

Anche questa ha una facciata con cinque archi.

Risale al 1880, ma è stata recentemente riammodernata, durante i lavori è stata rifatta anche la cupola. Questa è la vecchia.

Si può anche salire, per vedere l’opera dal coro,

il sottotetto (che gli architetti apprezzeranno),

e un panorama dall’alto.

Proprio mentre sto uscendo prendo letteralmente al volo il bus di prima, che mi riporta ad Achao dove, cinque minuti dopo, ce n’è un altro che rifà il percorso inverso e riprende il traghetto. Stavolta però mi fermo al villaggio subito di là, Dalcahue, che presenta una chiesa della fine dell’Ottocento,

con uno strano portico con nove archi diversi tra loro.

Ma, oltre a passaggio obbligato per il traghetto sul piccolo braccio di mare sotto il solito cielo immaginifico,

Dalcahue è alquanto pittoresca, con le solite barche in secca,

le costruzioni (de)cadenti,

Vicino alla solita Feria Artesanal,

sorge un’altra peculiarità di queste parti, la Cocinería.

Si tratta di uno spazio con svariati piccoli ristorantini, o meglio delle cucine ammassate una sull’altra con spazi ristretti per gli avventori, ma che di solito offrono piatti gustosissimi.

Tra le specialità locali, c’è anche il curanto, letteralmente “Pietra calda” in lingua indigena aracuana. La tradizione, giunta dalla Polinesia al Cile, prevede di scavare un buco poco profondo in cui far bruciare legna insieme a dalle pietre. Una volta consumata la legna, le pietre cadono sul fondo insieme alle braci e sono finalmente pronte per cucinarvi sopra vari tipi di carne, pesce e verdure, con una strana e perversa commistione di frutti di mare, maiale e pollo. Gli ingredienti vengono coperti con foglie, e il tutto continua a cuocere lentamente anche al vapore.

Purtroppo oggi niente curanto ma inizio con una empanada (qui di dimensioni gigantesche rispetto all’Argentina) stranamente ripiena di pesce.

Comments

  1. Ales. che razza di empanada!!! Sarà stata ottima ripiena di pesce. Bellissime le foto delle chiese con i vari particolari, mi ha colpito la vecchia cupola. Ho visto anche quelle belle mucche la pascolo,mi sono soffermata a osservare la foto, tanto per “deformazione professionale” :).
    Devo riferire a Illy che vada a vedere soprattutto la foto del sottotetto interessante per gli architetti.
    Un bacio grande.
    Kriss

  2. Antonio Francisco Col Osso says:

    la cocinería, il paradiso me lo immagino cosi

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