27 July 2017

L’arrivo a Joburg

Joburg, mercoledì 9 giugno

L’aereoplano atterra quasi un’ora dopo l’orario previsto, le valigie ci mettono un’infinità. Poi il tipo che mi porta dall’aeroporto alla mia casa ha dei casini con il parcheggio. Sommando tutto il ritardo è notevole.

Poco male, ormai sono in Sudafrica, per la prima volta (nel 2004 ero passato in transito da questo stesso aeroporto andando e tornando dal Mozambico).

A sorpresa (mia, visto che tutti sapevano che era obbligatoria), la tipa al controllo passaporti mi chiede la vaccinazione per la febbre gialla, che solo per caso ho a portata di mano. Passata questa formalità, appena si scende nei vari passaggi dell’aeroporto in ogni angolo si trovano tracce della manifestazione incipiente. Il faccione del Grande Vecchio Mandela mentre sostiene l’agognato trofeo dà subito il benvenuto ai passeggeri.

Poi, accostando il sacro al profano, è la Coca Cola, uno degli sponsor più importanti della manifestazione, ad invadere il territorio con il suo slogan «Welcome to South Africa, the Land of Happiness». Mah.

Nell’atrio principale dell’aeroporto dedicato a Oliver R. Tambo, una delle figure della resistenza, appare un immenso pallone sospeso.

Appena ci si immette nell’autostrada, fanno capolino le bandiere dei paesi partecipanti; già entrati in città si vede un’improbabile accoppiata: le bandiere di Korea del Nord e Stati Uniti una fianco all’altra… anche questo è il potere dei Mondiali.

Nel frattempo oggi a mezzogiorno, prima del mio arrivo, tutta la popolazione era invitata ad uscire per strada contemporaneamente: un immenso fiume giallo si è riversato in tutti gli angoli della città accompagnato dalle tristemente note vuvuzelas, le trombette dal suono straziante che faranno da terribile sottofondo non solo alle partite, ma che sfortunatamente si sentono sempre e dappertutto.

Ernest, che mi porta in macchina dall’aeroporto alla casa in cui alloggio, è molto positivo riguardo ai Mondiali. «Dopo il durissimo periodo dell’Apartheid, negli ultimi anni le varie parti della società sudafricana si sono avvicinate, ma questa è forse la prima volta che il paese si sente unito sotto la stessa bandiera», anche se, come vedremo, non tutti la pensano così e nella nazionale non ci sono praticamente giocatori bianchi.

Alla sera, mentre mi riportava a casa, ho raccolto le lamentele di un tassista, che in realtà stava usando la macchina in prestito da suo fratello per racimolare qualche Rand: «Tutti gli amici dei miei figli hanno la loro vuvuzela e la maglietta della nazionale, ma io non ho i soldi per comprargliele».

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