21 October 2017

Decimo anniversario dei bombardamenti NATO e la vergogna del Kosovo

Beograd, venerdì 24 luglio

Purtroppo alcuni miei amici che abitano nelle enclaves serbe in Kosovo e Metohija non sono a casa in questo momento. Speravo di riuscire a ritagliarmi qualche giorno per andare a trovarli. Dal 1999 sono andato giù almeno una volta all’anno, spero di rifarmi in autunno.

Quest’anno ricorrono i dieci anni dei bombardamenti NATO sulla Serbia e ancora oggi la situazione giù è una vergogna.

enclave belo polje dopo pogrom 17 03 2004

Questo un mio articolo apparso qualche mese fa sulla rivista in linea Socialnews:

Ogni giorno vari minibus partono da Belgrado verso Gračanica, la più importante delle enclaves serbe in Kosovo e Metohija.

Il viaggio è lungo, oltre sei ore, e le storie delle persone si mescolano con la situazione politica del momento. La maggior parte sono giovani, recatisi nella capitale per commissioni o per delle visite. Fino a poco tempo fa non mancavano anche gitani o addirittura albanesi che viaggiavano a Belgrado per ottenere documenti.

All’arrivo alla “frontiera”, che i serbi considerano un «limite amministrativo», i poliziotti albanesi-kosovari sfoggiano le nuove uniformi con il nuovo simbolo del loro “stato”, con la supervisione dei membri della UNMIK, la Missione Internazionale delle Nazioni Unite in Kosovo. Tutti passano senza problemi. Chi ha un passaporto straniero ottiene un “visto”, ovvero un foglietto con timbro UNMIK che autorizza l’entrata in Kosovo, come accadeva anche prima della dichiarazione di indipendenza, il 17 febbraio del 2008.

Un anno dopo quell’evento il Kosovo ha ricevuto il riconoscimento ufficiale di una cinquantina di paesi, tra cui spiccano sicuramente i più potenti del pianeta, quali Stati Uniti e Regno Unito. Ma non è stato riconosciuto dall’ONU (Russia e Cina non sono d’accordo) e neanche l’Unione Europea (UE) si è trovata compatta nella decisione, con cinque dei 27 paesi membri in disaccordo, casualmente quelli che hanno problemi di minoranze al proprio interno (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro).

Il pullmino attraversa un’infinità di villaggi in territorio albanese-kosovaro fino ad arrivare, dopo circa un’ora e mezza, alla periferia della “capitale” Priština. Sulla circonvallazione si vede l’hotel “Victory”, con sul tetto una replica della Statua della Libertà di New York. Da queste parti non si contano gli omaggi agli Stati Uniti, che hanno permesso agli albanesi del Kosovo di arrivare a questo punto.

L’esempio più pacchiano è un hotel-ristorante chiamato “Aviano” in onore alla base NATO in provincia di Pordenone da dove nel 1999 partivano gli aerei che andavano a bombardare la Serbia.

kosovo - ristorante aviano

Sulla facciata di un palazzo del centro di Priština, poi, spicca un immenso poster di un sorridente Bill Clinton che con una scritta bilingue (albanese ed inglese) dà il benvenuto nell’omonimo boulevard.

pristina - bill clinton bulevar

Il Kosovo in questi anni è stato uno dei pochi posti al mondo in cui la popolarità degli Stati Uniti si sia mantenuta ai livelli più alti. Dappertutto ondeggiano al vento le bandiere albanesi, ovviamente insieme a quelle di Stati Uniti e NATO, ed anche alla nuova bandiera inventata per il Kosovo “indipendente”.

Un passo indietro

Come si ricorderà, nel 1999 la chiamata “Comunità Internazionale” organizzò un massiccio intervento armato contro la Serbia per prevenire il “genocidio” che, si spiegava, in quel momento la polizia di Milošević stava perpetrando contro gli albanesi, che rappresentavano la maggioranza in Kosovo. Le immagini dei profughi albanesi-kosovari apparivano ogni giorno sulla CNN e sulle televisioni del mondo intero. La NATO, comandata dagli Stati Uniti, stava facendo le prove generali per i successivi interventi in Afghanistan ed Irak, anche se in condizioni completamente diverse.

monumento bombardamento grdelica

Furono 78 i giorni di bombardamento “umanitario” contro la Serbia, che terminarono l’8 giugno dello stesso anno. Il 10 giugno l’ONU votava la risoluzione 1244 che istituiva «un’amministrazione ad interim del Kosovo attraverso cui il suo popolo possa ottenere un’autonomia sostanziale nell’ambito della Repubblica Federale di Yugoslavia [costituita da Serbia, con il Kosovo, ed il Montenegro, ndr]», di cui riaffermava chiaramente «l’integrità territoriale, così come degli altri stati della regione».

Da allora la regione del Kosovo è amministrata insieme da una missione delle Nazioni Unite con la protezione militare della NATO, chiamata KFOR, attualmente composta da circa 15mila soldati. Ma dall’entrata delle truppe internazionali oltre 200mila serbi (oltre a gitani ed altre minoranze) sono stati costretti a scappare verso la Serbia propriamente detta o sono andati a vivere nei villaggi serbi per sfuggire agli attacchi impuniti degli albanesi kosovari.

Circa una sessantina di serbi sono rimasti oggi a Priština, anche se non esistono dati ufficiali. Erano il doppio prima del pogrom del marzo 2004, quando gli albanesi attaccarono simultaneamente molte enclaves, con i militari della NATO che rimasero a guardare mentre i villaggi serbi venivano incendiati.

mitrovica sud pogrom 17 03 2004 chiesa bruciata (foto cortesia monaci decani)a

In Kosovo ci sarebbero attualmente circa 115mila serbi, dei quali la metà nella zona nord, territorio contiguo al resto della Serbia, che arriva fino alla città di Mitrovica, divisa dagli territori albanesi dal fiume Ibar. Circa 18mila vivrebbero nell’enclave più importante, quella di Gračanica e Lipljan, organizzata in diversi villaggi, mentre 14mila starebbero a Štrpce, nel sud. Il resto vive in una costellazione di villaggi più piccoli, in cui i serbi sono rinchiusi in piccoli territori circondati dal filo spinato.

enclave serba - oltre il filo spinato villaggio albanese

Per uscire, devono contare sull’aiuto dei blindati internazionali che, in teoria, li “proteggono”. Non fu così appunto nel 2004.

mitrovica nord - serbi entrano sul camion per essere scortati fino alle loro enclaves

La cosiddetta “Comunità Internazionale” che nel 1999 era ufficialmente intervenuta per fermare la pulizia etnica, in questi quasi nove anni di amministrazione ha permesso che gli albanesi ripulissero la provincia di tutte le altre etnie, né si è opposta alla creazione di veri e propri ghetti in cui vive rinchiusa la popolazione serba. Non è un segreto che il Kosovo sia diventato in questi anni il crocevia dell’eroina afgana e di altri traffici illeciti, in cui sono coinvolti i più importanti personaggi politici della regione. E, fatto ancor più preoccupante, quasi nessuno denuncia questa situazione assurda, con i mezzi di comunicazione internazionali che brillano per la loro assenza. Anzi, come premio, per i “progressi” fatti, gli Stati Uniti (seguiti pedissequamente dalla maggior parte dei paesi dell’UE) hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo in barba alle leggi internazionali.

monastero ridotto in macerie dopo pogrom 2004a

Verso Gračanica

Dopo una fermata nei sobborghi di Priština, il pullmino continua il proprio viaggio verso Gračanica, appunto l’enclave serba più importante, che essendo attraversata da una strada provinciale non è chiusa dal filo spinato.

Il villaggio è immerso nell’oscurità. L’elettricità manca spesso, e le conseguenze in inverno sono specialmente dure. È impressionante pensare che in nove anni di missione internazionale in tutto il Kosovo non ci sia ancora una fornitura elettrica decente, né una struttura produttiva, per non parlare delle strade che, salvo poche eccezioni, sono ancora piene di buche. Soprattutto sapendo che in questi anni la “Comunità Internazionale” ha “investito” almeno quattro miliardi di euro in questo territorio grande come l’Abruzzo. Ma la gran parte di questo denaro è stata utilizzata per pagare i salatissimi salari degli internazionali, civili e soldati, che qui lavorano.

base US bondsteel1

Viktor Popović, 30 anni, mi aspetta nella sua casa illuminata dalla fioca luce di una candela. «Così è più romantico», scherza. Ha da poco avuto una bambina, Sofija, nata a luglio proprio nel piccolo ospedale qui a Gračanica. Viktor è un serbo di Priština che come molti nel 1999 ha dovuto abbandonare la sua casa e rifugiarsi a Gračanica. Siccome parla inglese in questi anni ha lavorato per organizzazioni internazionali e varie ONG. Molti serbi lavorano a Priština dove si recano al mattino con un bus della UNMIK, senza identificazioni per evitare attacchi. Per andare al lavoro Viktor ha da poco comprato una macchina, con targa Novi Pazar, la città serba in cui vive una consistente minoranza slavo-musulmana, «così gli albanesi non la toccano», spiega sorridendo.

gracanica 03

La vita a Gračanica si sviluppa intorno al monastero serbo-ortodosso che sorge al centro del villaggio sulla strada principale, la cui chiesa con i suoi meravigliosi affreschi fu terminata nel 1321. Come si sa i serbi considerano la regione di Kosovo e Metohija come la culla spirituale e politica della loro nazione.

gracanica 06

Secondo Viktor l’attidutine della Comunità Internazionale e dell’UE in particolare è ipocrita. Anche prima delle scorse elezioni serbe di maggio l’Unione ha offerto alla Serbia un “Accordo di Associazione e Stabilizzazione”. Viktor spiega che «si è trattato solo di un tentativo di Bruxelles per aiutare il partito del Presidente Boris Tadić in modo che non vincessero altri partiti più nazionalisti», fatto che in effetti non si è verificato. «In quel documento si menziona la famosa Risoluzione dell’ONU numero 1244 che nel 1999 determinò l’amministrazione internazionale del Kosovo, ma che riconosceva anche il diritto di sovranità della Serbia sulla regione. L’accordo in questione sarebbe dovuto poi essere approvato dai parlamenti di tutti i 27 paesi dell’UE, anche da quelli che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo: una contraddizione».

Dopo la dichiarazione di indipendenza di un anno fa altri serbi se ne sono andati, come dopo il pogrom del 2004. Viktor è l’unico del suo gruppo di amici che sia rimasto a vivere in Kosovo: tutti gli altri sono partiti, o verso Belgrado, o sono emigrati in Europa occidentale. Non è facile. Ancor meno con una figlia piccola. «Finché potrò esporre la bandiera serba fuori dalla mia casa rimarrò qui. Se arriveranno gli albanesi anche qui e non sarà più possibile farlo dovrò andarmene anch’io».

Qui un altro mio articolo apparso su un sito francese sulle conseguenze del pogrom albanese del 2004.

Comments

  1. Bellissimo articolo. E’ una figata sto blog, adesso ti seguirò ttt il tempo.

    Pozdrav i vidimo se u 8-zze

  2. marco sbrizzai says:

    bellissimo blog ale…!!!

  3. complimenti !
    balkan-crew.blogspot.com/2011/11/fantastico-alessandro-gori

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