25 July 2017

La fine del mondo è un’altra

Ushguli, domenica 23 agosto 2009

Pensavamo di essere arrivati alla fine del mondo, ma ci sbagliavamo di grosso.

Anche per oggi i nostri amici ci promettono nuove sorprese. Da Mestia dopo prendiamo l’ennesima stradina angusta e squinternata che segue il fiume Enguri.

Per la nostra meta ci sono “solo” una cinquantina di chilometri di saliscendi che percorriamo in due ore e mezza. Il “Dodge Voyager” continua a fare i miracoli, addentrandosi in territori in teoria solo per 4×4, ma Shalva è soddisfatto per riuscire sempre a portarci a destinazione.

Troviamo una prima torre abbandonata proprio sul fiume.

Poi gente a cavallo e macchine distrutte abbandonate sui prati. Ogni villaggetto sulla strada ha qualche torre.

La strada si fa sempre più angusta e difficile, ma Shalva e il “Dodge” tengono botta, finché arriviamo a Ushguli, una comunità composta da quattro villaggi: Murkmeli, Chazhashi, Zhibiani e Chvibiani.

Ci troviamo oltre i 2mila metri. Chiuso tra due montagne altissime con sullo sfondo il Monte Shkhara (la cima più alta della Georgia, 5201 m), dicono che Ushguli sia l’insediamento umano stabile abitato più alto d’Europa (sempre che si consideri che la Georgia sia parte dell’Europa). Sarà vero?

La visione è da tregenda. Non capiamo bene dove siamo e in che epoca siamo stati catapultati. L’ultimo villaggio è il più famoso meglio conservato, con numerose torri in centro. Sulla stradina esterna ce n’è anche una isolata, in cima alla collina.

A giudicare dal paio di spartane insegne in inglese nei mesi estivi qualche turista si avventura fin quassù, attratto dalle possibilità di camminate in montagna.

Siamo frastornati dalla drammatica bellezza, anche se la giornata è grigissima e stiamo quasi per toccare la cappa di nubi.

Ci addentriamo nel paesino: i nostri amici devono portare qualcosa in una casa.

In giro i soliti cagnoni che abbaiano.

E poi maiali, cavalli e mucche.

I tetti delle case qui sono fatti da lastre di pietra.

Non mancano ovviamente le parabole.

Purtroppo il museo locale è sprangato. C’è poca gente in giro.

Saliamo verso la collina in cui sorgono i resti della Chiesa di Santa Maria (XII secolo), con annesso cimitero e torre difensiva.

Da qui si può apprezzare ancora meglio l’infilata di torri del villaggio da una parte

e la continuazione della valle dall’altra.

Anche a queste altitudini (e latitudini) si trova un campetto da calcio, sulla strada esterna.

Sono contento perché questa è finalmente una primizia anche per Giorgi, che mai era venuto fin quassù. Siamo entrati in un’altra dimensione. Ancora scossi, riprendiamo la strada del ritorno.

In un altro villaggio un crocchio di gente seduta ci ferma e come sempre si anima la festa, solo per la presenza di ospiti.

Un tipo dai capelli grigi e la barba nera presta il suo cavallo ad uno dei nostri, altri offrono da bere: stavolta è birra, versata in un simil bicchiere costituito dal collo di una bottiglia di plastica da un litro e mezzo tagliata e con il tappo inserito, usata come calice.

Ci invitano a casa, ma non abbiamo molto tempo. Dobbiamo raggiungere una radura più in basso dove campeggeremo per la notte. Ormai all’imbrunire troviamo il posto che i nostri amici già conoscevano. Probabilmente ci troviamo sui 1800-1900 metri e fa già freddino. In pochissimo tempo però si costruisce la tenda e si imbastisce il fuoco.

Ci avevano garantito che il posto era tranquillo, ma arrivano subito dei poliziotti, conoscenti di Guram, che probabilmente non avevano molto da fare. Poi, confermando tutti i luoghi comuni, come benvenuto i poliziotti permettono ad uno dei nostri amici di sparare in aria con il loro “Kalašnikov”. I botti riecheggiano nella valle.

Ci assicurano che ci terremo in contatto, ma forse era solo una scusa per passare il tempo nella notte di pattuglia. Ottimo il pollo cucinato sul fuoco, vicino al quale ci si ritempra, ma basta allontanarsi di poco per sentire il freddo pungente. Poi ovviamente esce la chitarra con altre canzoni georgiane.

Durante la notte i poliziotti si sono materializzati nuovamente con una tanica di vino da cinque litri, ma noi eravamo già a dormire. Due dei georgiani invece hanno continuato con loro fino al mattino.

Ho iniziato la notte in tenda, ma il mio sacco a pelo non è fatto per queste altitudini e ad un certo punto preferisco passare alla macchina, dove già sta dormendo Shalva: starò sicuramente più scomodo, ma almeno più caldo.

Un po’ sghimbescio mi alzo in una mattinata dal cielo perfettamente pulito, il contrario di com’era ieri. Da qui si vede benissimo anche l’Ushba.

I poliziotti, con le tipiche scarpe a punta, sono ancora qui. O forse sono altri, mah.

È ora di ridiscendere verso Mestia.

Comments

  1. le scarpe a punta! simbolo dell’eleganza e del potere nell’oriente europeo e asiatico! troppo divertenti 😉

  2. Annabi says:

    Bello!
    Ho cercato su internet notizie su questi villaggi fuori dal mondo, tanto che notizie non ci sono.
    Cercavo approfondimenti perché le torri mi hanno colpito e giustificavo la loro presenza con una motivazione strategica sul territorio..
    ma mi sono imbattuta sulla lingua svan, rimasta in Georgia sugli alti rilievi…chissà forse vi avranno offerto da bere nel collo di plastica proprio in questa lingua…

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