25 July 2017

Caro vecchio “Tango”, altro che “Jabulani”! (Con un racconto di Dario Formica)

Anche nelle ultime partite (soprattutto le prime due reti di Olanda-Uruguay) nuovamente protagonista è ritornato lo “Jabulani”, il pallone ufficiale di questo mondiale, diventato lo spettro di tutti i portieri.

Come si diceva, i suoi effetti imprevedibili sono spesso simili a quelli dei palloni di plastica “SuperTele”. Forse si tratta dell’ennesima trovata del colonnello Sepp Blatter (Presidente della FIFA): anni fa aveva proposto di allargare le porte in modo che si segnassero più reti e, dunque, aumentasse lo spettacolo. Per fortuna i parrucconi dell’“International Board” (l’unico organismo che può cambiare le regole del calcio) lo cassarono e non se ne fece niente. Per ottenere lo stesso effetto magari ora Blatter ha tramato nell’ombra in modo che gli ingegneri che hanno creato lo “Jabulani” (che significa “festeggiare” in zulu) lo rendessero incontrollabile. Chissà.

A Newtown, appena attraversato il ponte dedicato a Nelson Mandela, sono stati riprodotti a misura gigantesca i palloni ufficiali da México 70 in poi, sempre forniti dalla potentissima “Adidas”.

Il modello a molti di noi più caro e che ci riporta indietro nel tempo è il “Tango” di Argentina 78. Quello originale, poiché diverse variazioni sul tema furono presentate nelle edizioni successive, da Spagna 82 a USA 94.

Dario Formica, apprezzato giovane (?) scrittore, ha ben interpretato questo sentimento in un suo racconto, parte di una raccolta di storie di calcio purtroppo non pubblicata a causa di varie complicazioni.

Un grazie a Dario per la disponibilità a riprodurre il suo scritto in questo blog.

IL MIO NOME È TANGO

Sembra persino impossibile eppure sono fermo qua da almeno una decina d’anni. Ormai non ci faccio nemmeno caso. Accanto a me se ne sta dritta sul suo piedistallo una coppa che tiene in grembo un paio di automobiline e un vecchio braccialetto. La polvere li ricopre tutti. Sono come avvolti in una nebbia solida che si infittisce con gli anni.

Saranno dieci anni che aspetto un movimento risolutivo. Aspetto un evento, chessò, almeno di essere spostato. Poco più in là da me, tra un computer e un cesto di vimini che custodisce di tutto, c’è l’albero di natale, ecco, lui ha un destino segnato: giorno più giorno meno, sa che per venti giorni all’anno verrà riesumato, avrà modo di partecipare delle loro vite. Anche il ventilatore, che se ne sta racchiuso in un grande sacco nero sulla mensola grande, può godere di questa certezza. E più sarà lunga l’estate più avrà da fare, poi otto mesi di buio e riposo. Accanto a lui c’è la pila dei libri che usava il mio diretto referente ai tempi della scuola. Se penso che all’epoca non ci vedevamo mai io e i libri. Adesso invece condividiamo queste segrete condominiali, e non ci resta che restarcene immobili a guardarci scomparire nelle fauci del tempo. E se non ho capito male, loro hanno qualche speranza, seppur remota, che un giorno qualcuno, per bisogno o curiosità, li faccia uscire da qui, o almeno muova i loro fogli. Io nel frattempo sto perdendo vigore, e avanti così temo che nulla potrà salvarmi. Sento che mi sto adagiando, che una parte di me, sempre più estesa, inizia ad aderire al piano su cui sono stato abbandonato. Per me non è normale aderire ai piani. Io per mia natura sui piani dovrei rotolarci. Ebbene sì, il mio nome è Tango e sono un pallone da calcio, specializzato in attività calcistiche da cortile. Sono stato uno dei migliori nel mio ramo per anni. Si sentiva il mio nome risuonare sulle labbra di migliaia di ragazzini tra gli otto e i tredici anni. Me la cavavo alla grande in situazioni di palleggio contro il muro. Rispetto ad altri miei simili della stessa categoria io ho sempre dimostrato una professionalità superiore. Nonostante alcune pecche indipendenti dalla mia volontà, ho sempre cercato di essere preciso e affidabile. Si devono fare sforzi incredibili quando, come me, si è un “non regolamentare”. Tutta la mia esistenza è stata segnata da questo deficit. E il lavoro è molto più impegnativo quando si deve dimostrare che sta nella volontà la possibilità di non tradire le aspettative severissime di un undicenne che conta di infilarti nei dieci centimetri che rimangono liberi tra uno zaino sdraiato sull’asfalto e le dita tese di un suo coetaneo messo lì apposta per togliergli la soddisfazione di farcela. Se chi tira non è uno dotato l’impresa è ancora più ardua, perchè ci si scontra con la sua inabilità permeata di presunzione. Succede di tutto tra quel calcio che inesorabile ti colpisce scomposto e la speranza di penetrare quei centimetri di vuoto che chiamano Gol. L’aria ti si para davanti con una ghigna trasparente e ti graffia la superficie trattenendoti con un artiglio che sferza sberle imprevedibili. C’è poi da sperare di non toccare il suolo prima di aver raggiunto la meta, perché il suolo è il tuo primo nemico quando viaggi a velocità sostenuta lungo la traiettoria di una soddisfazione che non è la tua, un rimbalzo e tutta un’impresa sfuma nel nulla.

Ma facciamo qualche passo indietro. Andiamo a quando la mia vicenda incominciò. Io me ne stavo in una cesta metallica insieme ad altri come me. Non proprio tutti della mia risma. Alcuni erano veramente ridicoli, bastava un’occhiata per capire che non c’era paragone. Erano soprattutto quelli ricoperti di disegni improbabili a distinguersi per inettitudine. Un bel giorno mi fu chiaro che il momento di uscire da quella gabbia era prossimo. Un ragazzetto si avvicinò alla cesta ignorando la madre che proseguiva verso il banco frigo. Una scena che avevo visto ripetersi decine di volte. Il copione in questi casi è sempre lo stesso, ma negli occhi e nella postura di quel bambino c’era qualcosa che lasciava intuire una svolta negli eventi. Era evidente che avrebbe scartato gli altri, quelli con i disegni intendo, quel bambino faceva sul serio. Tempo dieci secondi e fui tra le sue mani, piccole ma capaci di muoversi con sapienza per valutare le giuste caratteristiche che uno come me deve possedere. Premette forte su di me un paio di volte, poi si guardò intorno e mi lasciò cadere. Ecco, qui intuii che, madre permettendo, era fatta. Non appena toccai il pavimento fui dritto tra le sue mani seguendo una traiettoria lineare con una velocità proporzionata a quella della caduta. Queste sono le cose che fanno la differenza nel mio settore. Fu questione di un secondo:

– Mammaaaa!!

– Siiii!

Eccolo. Il silenzio d’intesa che si estende tra un bambino che chiede e una madre che valuta cosa rispondere. Lui si limita a mostrare l’oggetto del suo desiderio, perché essendo bambino è pragmatico per natura.

– Ne hai già due a casa.

– Lo so, ma questo è il Tango!

Sì! Sono il Tango io. Il mio nome mi parve riempire l’intero supermercato, risuonare tra le penne e i quaderni, infilarsi tra gli scaffali dello scatolame, arrivare rombante fin dentro ai congelatori ed esplodere tra i prosciutti ancorati alle affettatrici. Il bambino sottolineò con puntualissima altisonanza le sillabe che facevano di me quello che andava preferito agli altri due cosi che già possedeva. La madre si fece più vicina, tornò sui suoi passi insomma, e ciò determinava la quasi certezza finale, la quale giunse quando cercò di capire quanto costassi. Bisogna ammettere che il comportamento del piccolo fu impeccabile, una fermezza rara. Non insistette una sola volta per avermi, una tattica che solo pochi sanno attuare e gestire fino in fondo. Egli ne fu capace. Davidino vinse e io fui suo.

Così iniziò la mia vita con lui, e fu così che conobbbi molti dei suoi amichetti. I calci e i colpi di testa iniziarono a scandire le mie giornate.

Ricordo come fosse ieri il viaggio in macchina tra il supermercato e la casa di Davidino. Entrambi scalpitavamo, lui sul sedile ed io tra le sue mani. Non appena arrivammo, capii che avrei lavorato sodo.

Il cortile del condominio “Le mimose” è uno spazio piuttosto ampio. Molto cemento ma anche un paio di grandi isole verdi. Il giorno del mio arrivo trascorsi la prima ora appoggiato accanto alla porta d’ingresso, la qual cosa mi sorprese, ero sicuro che si sarebbe iniziato subito a sgobbare, avevo sentito diverse storie sulla naturale impazienza dei bambini. Invece, il mio padrone mi fece subito capire che per lui esisteva sì un forte senso del dovere, ma tanto nel gioco quanto nello studio. Così Davidino se ne stette un’ora intera in soggiorno con il quaderno di scienze spalancato davanti agli occhi, con tutti i ghirigori cellulari da disegnare per spiegare l’ereditarietà genetica.

– Posso scendere ora?

– Hai finito scienze?

– Sì, ho fatto anche la cartella.

– Va bene, vai.

La diligenza di Davidino, avrei imparato presto, garantiva praticamente sempre che le nostre attività si svolgessero senza intoppi. Mi si avvicinò immerso in una divisa da calciatore che per stargli a misura ci sarebbero voluti almeno altri tre anni di latte e merendine. Una maglia lucida come la seta con delle fasce verticali bianche e nere, una scritta sul petto e un grosso numero 10 stampato sulla schiena; il 10 era scritto anche nell’angolo in basso dei calzoncini neri che gli arrivavano a metà polpaccio. Mi raccolse con entrambe le mani per poi tenermi stretto tra il braccio e il costato. Aperta la porta fummo sulle scale. Ah le scale! Quel rimbombo magico, il suono delle scarpe sui gradini scandiva il percorso fino al portone principale del palazzo. Sembrava proprio come quando i calciatori della tv venivano ripresi nel tunnel dei grandi stadi internazionali. Come il portone si richiuse alle nostre spalle, fu il tripudio. Qualcosa tipo dieci ragazzini dell’età di Davidino stavano allineati di fronte a noi e appena scorsero la mia figura ebbi modo di provare una sensazione d’orgoglio che solo se si è un pallone, anche se non regolamentare, si può capire.

– Ma hai il Tango!

– Sì, disse Davidino. Un sì secco che non lasciava repliche. Un sì che disegnava il futuro di gloria che ci si parava davanti.

– Allora si usa il tuo!, fece uno.

– Sì sì!, esclamò un altro lanciando in un angolo dell’aiuola un coso rosso con dei rombi neri disegnati. Un coso che rotolò sghembo e senza meta fino a dove si fermò inerte, rassegnato. Un Super Tele, venni a sapere più tardi. Famoso, si fa per dire, per la sua sconcertante incapacità di fendere l’aria, o meglio, per la sua costante rinuncia a provarci rimanendo in balia di qualsiasi minuscolo alito di vento. All’angolo dunque!

Prese inizio il rito che poi vidi ripetersi decine di volte. Tutti schierati tranne due, i più forti in teoria; i più gradassi in realtà. Questi due fanno pari o dispari e poi si accaparrano i giocatori da schierare nella propria squadra. Rito questo che indirettamente sancisce le gerarchie di un cortile condominiale. Perché i più scarsi, quelli meno portati al sacrificio delle proprie caviglie, quelli perennemente destinati a sbagliare un passaggio, quelli che calciano fuori a porta vuota, ecco questi sono scelti per ultimi.

Fatte le squadre la partita entrò nel vivo. Tutto un corrermi appresso e “Passa!”, “Tira!”, “Fuori!”. Il palleggio, una delle mie migliori doti, intuire il margine di errore del piede del momento, sforzi immani per cercare di restare il più possibile vicino alla coscia, rimbalzare ordinato sulla testa vanitosa dei più bravi.

Quel giorno in cortile la mia vita assunse il senso che la vita di uno come me deve avere. Rotolavo, dio se rotolavo! E come una navicella stellare navigavo la galassia del cortile penetrando le sue particelle che restandomi appiccicate al corpo finivano in gol… insieme a me. L’aria, la terra, tutto si fondeva reciprocamente nell’altro da sé per un unico scopo. E i clacson delle auto in strada sembravano le trombe dell’Olimpico… del Maracanã, e le foglie sui rami degli alberi la più bella coreografia che una curva potesse pensare, e le mamme sui balconi che urlavano ora a uno ora all’altro giocatore di non sporcarsi come un porcello, di non far tardi a cena, di ricordarsi che c’era ancora il tema di storia da finire. Ma io le sentivo solo incitare i propri beniamini, mentre lì, nel cortile del condominio “Le mimose”, andava in scena l’apoteosi dello sport, il trionfo dell’agonismo più primitivo e quindi più nobile. Io quelle madri le sentivo intonare gli slogan più fragorosi di tutti i tempi. 10-9 finì quella partita, lo ricordo come fosse ora. Sul nove pari ci fu un’azione concitata nei pressi della porta della squadra avversaria a quella di Davidino (sia ben chiaro, nessun favoritismo, per mia natura io non posso decidere chi la spunterà). Un calcio mal assestato mi spara a campanile in mezzo all’azzurro bronzeo del cielo al tramonto, io ricado, meteorite verso il suolo. Saltano in tre tendendo i colli come antilopi che fuggono dalle fauci dei coccodrilli nei fiumi dell’Africa selvaggia, le magliette sudate si appiccicano le une alle altre, e tutto ad un tratto sento una sberla scoordinata e sudaticcia che mi allontana di lato facendomi ricadere a bordo campo.

– Mani, rigore! Un urlo ineluttabile, il crimine non paga. Mai.

– Ma non è vero!

Col corno che non era vero. Verissimo. La sberla l’ho sentita, e bene. Quelle cinque dita tese mi han tolto l’occasione di esser colpito di testa in un modo che solo di rado riesce, e quando riesce c’è poco da fare, il bersaglio è centrato. Fu deciso per il rigore tra le proteste e le inutili ricostruzioni dell’accaduto. Non potevo dire la mia, ma se avessi potuto, se solo avessi potuto indicargli il punto in cui le falangi mi avevano schiaffeggiato…

Venni posizionato a undici passi dalla linea della porta, Davidino dimostrò ancora una volta la sua onestà e la sua nobiltà d’animo concedendo al suo amico Alessandro di effettuare il tiro, poiché dopo le proteste degli avversari toccò alla squadra che beneficiava del rigore di essere protagonista di urla e schiamazzi al fine di decidere chi si sarebbe dovuto prendere l’onere e l’onore di fiondarmi contro il portiere in un faccia a faccia tra i più cruenti che il mondo sportivo possa concepire. Alessandro mi mise sul punto stabilito dal conteggio dei passi, alzò il capo, si voltò a guardare i compagni, senza dire o fare niente di più. Gli occhi dritti negli occhi del portiere, poi io non sentii altro che non fosse la punta del suo piede penetrarmi l’anima con una potenza vulcanica. Un secondo dopo stavo volando rasoterra oltre la linea del goal, oltre l’aiuola, fino al ciglio della strada, ormai decine di metri lontano dal campo di gioco. Le urla accompagnarono tutto il mio volare di proiettile. Era 10-9! L’ultimo goal, quello che decide chi vince. Cosa avrei dovuto chiedere di meglio se non di iniziare a vivere la mia vita facendo vincere proprio la squadra di chi mi aveva scelto tra tanti per avermi con sé. Nessun favoristismo, ma compiacersi non mi pare una cosa poi tanto ignobile.

Non andò sempre così ovviamente. Ci furono pareggi, sconfitte, partite sospese per acquazzoni improvvisi, per orari di cena impertinenti che giungevano all’improvviso. Il campo di gioco tendeva a spopolarsi gradualmente, non ricordo di aver mai visto le due squadre andarsene insieme, dico tutti. In genere dopo le prime defezioni si procedeva al rimpasto delle formazioni. Avversari di due minuti fa ora erano i nuovi terzini della propria squadra. La determinazione con la quale si lottava contro gli “altri” era proporzionale alla collaborazione con i propri compagni, così questi rimpasti di fine pomeriggio contribuivano a far sì che nessuno si inimicasse nessuno. Chiunque, presto o tardi, sarebbe stato tuo compagno di squadra.

A volte Davidino mi portava in cortile molto prima che arrivassero gli altri, oppure quando sapeva che nessuno sarebbe arrivato. A me piaceva. Si era io e lui… e il muro. Certo, penserete voi, non è necessariamente piacevole essere detonati contro una parete di cemento armato per n volte. Beh, vi dico io, sì, lo è. Sono il Tango, il migliore dei non regolamentari, sono stato pensato per incontrare faccia su faccia tutti i sacrosanti muri che si possano immaginare. E Davidino nei calci che mi tirava ci metteva tutta la sua anima di ragazzino e tutta la forza prepuberale che potesse trovare. A volte autocommentava l’allenamento, era molto severo con se stesso, e spesso lo era anche con me. Ne ho prese parecchie di parole pesanti di ragazzino per esser rimbalzato di lato, per essermi messo a rotolare quando avrei dovuto volare, per essermi fermato invece di scivolare a rete. Ma Davidino mi ha anche protetto.

Una volta un ceffo di quelli delle medie fece il muso tosto pretendendo che io fossi suo. Si era ai giardinetti pubblici, un luogo che gradivo per la mondanità che emanava quel rettangolo di gioco. C’erano molti estranei e in me suscitavano una certa vanità: “Ciao, mi chiamo Tango, non male qui, eh!?” Insomma questo tizio a fine partita mi raccoglie e mi piazza nel cestino di una bicicletta e fa per partire. Io già me la vedevo brutta, mi stavano rapendo. A questo punto giunse l’urlo di Davidino. Un urlo che ci aveva dentro un miscuglio esplosivo di rabbia, ferocia e disperazione. Nel suo urlo c’era la sublimazione dell’eroe.

– Hey!

Quello fece finta di niente.

– Hey! Dico a te. Dove stai andando? Il Tango è MIO!

Mi chiamava sempre per nome.

– Cosa è tuo? Il furfante ci provava fino alla fine.

– Il pallone che hai nel cestino, il Tango, è mio, l’ho portato io, lo sanno tutti.

L’atmosfera si fece più pesante, fermentava la tensione tra i presenti, ora chiamati in causa da quel “Lo sanno tutti”. Davidino aveva fatto in modo di non restar da solo ad occuparsi della faccenda. Ora gli altri avrebbero dovuto agire al suo fianco, perché era vero che lo sapevano tutti di chi ero io, non intervenire si sarebbe potuto definire solo in un modo: vigliaccheria. Ovviamente questo non valeva proprio per tutti, al solito ce ne furono un paio che assunsero l’atteggiamento di due che nemmeno avevano mai preso parte alla partita, defilati a far finta di esser rapiti in chiacchiere d’altro rango.

– E’ suo, è vero, lo porta sempre lui il Tango!

– Sì è suo, se lo porti via sappiamo tutti che lo stai rubando.

Vistosi accusato a viso aperto, il ceffo celò l’imbarazzo con una reazione stizzita, mi tolse dal cestino e mi scaraventò contro Davidino, che fermò la mia ruzzolata scomposta con la pianta del piede e mi raccolse.

Ecco, queste cose erano più o meno il mio pane quotidiano. Per almeno cinque anni ho vissuto tra metatarsi fasciati in scarpe da ginnastica. Sono stato prigioniero per una notte intera nel cortile del benzinaio che aveva la pompa dietro il muro di cinta del cortile. Per fortuna non mi vide fino a che Davidino non venne a salvarmi a suon di scuse. Mi capitò di passare un brutto quarto d’ora tra i rami di un’acacia. Una spina di almeno tre centimetri ad un soffio dalla mia superficie. Fui anche protagonista di una partita a undici nel campetto d’allenamento della polisportiva locale. Era un sabato pomeriggio di fine marzo e l’aria era tiepida e già si poteva annusare la primavera. Che incontro quello, e che morbida la sabbia rispetto al cemento. La cosa che ricordo con più emozione è senza dubbio la rete delle porte. Quando ci finivo dentro mi abbracciava tra i suoi fili bianchi, accarezzando la mia ricaduta al suolo.

Ma questi sono ormai solo ricordi, e qui, nella cantina in cui aspetto la fine, sono abbracciato solo dalla polvere e dal silenzio di altri mille oggetti sconosciuti. Davidino perse, non so come, interesse in me verso i suoi tredici anni. Inizialmente finii in un angolo di camera sua, poi in una scatola insieme a vecchie riviste, poi un giorno sua madre se ne uscì con la storia di portarmi quaggiù visto che non mi usava più, che non servivo più. E lui mi ci portò.

Mi appoggiò proprio qui dove sono ora, dieci anni fa. Così iniziai ad aderire alla mensola. Mai più niente o nessuno mi ha fatto rotolare nemmeno per pochi centimetri.  Ma io sono Tango, il migliore dei non regolamentari, e ho attraversato l’aria un miliardo di volte facendomi tuono e luce per sentirli urlare “GOL!”

DARIO FORMICA

Comments

  1. Che originale… prospettiva e che bei ricordi d’infanzia!
    Ma anche il pallone di spugna gialla col quale si giocava a casa tua per pomeriggi interi ne avrebbe di aneddoti da raccontare, vero Ale?!? Che sudate in quella minuscola taverna! 🙂
    Tenti duur!!!

    • alessandrogori says:

      eh, si, in effetti…
      quelle esperienze sono servite per affinare i dribbling (alle foglie?!)
      😉

      forse e’ proprio a questo tipo di pallone a cui si riferiva roberto per i mondiali in india durante la stagione delle piogge.
      a

  2. Bellissimo racconto, Davide: piacerebbe a Eduardo Galeano così come lo avrebbe apprezzato Osvaldo Soriano. Ai miei tempi calcistici (e condominial-oratoriali) equipollenti, metà anni Sessanta i rarissimi palloni in cuoio avevano ancora la cucitura a “labbro”!
    Complimenti anche a te, Ale: Dario mi ha girato il tuo link solo due giorni fa, quindi sto recuperando quanto hai scritto in questo mese sperando di farcela entro domani, in tempo per la finale!

    • alessandrogori says:

      ciao marco,
      grande dario!
      non preoccuparti per la finale, comunque ho ancora qualche storia da recuperare (spero di farcela entro la prossima settimana).
      forse ti interesseranno le storie di calcio, il prototipo e’ quello di panenka (personaggi piu’ o meno noti, ma sempre magici, intervistati o da intervistare nelle loro citta’). avvisa se hai qualche contatto per l’eventuale pubblicazione di un libro.
      ci sentiamo presto,
      a

Lascia un commento

*