26 March 2017

Cecilia e El Padrino, il futuro traghetto e la magia di Puerto Williams

Venerdì 24 febbraio 2012

Puerto Williams possiede un’atmosfera speciale. O forse a convincermi sono bastate poche cose: un posto piccolo, pochi turisti, l’atmosfera familiare molto simile a quella già trovata sulla Austral e che avevo momentaneamente perso nelle località iperfrequentate degli ultimi giorni.

Ovviamente esistono anche gli aspetti negativi: in paese il turismo è ancora in uno stato così embrionale che è difficile anche trovare un ristorante aperto (o decente). Qui una specie di taverna chiusa ormai da tempo.

Cecilia y El Padrino

Basta tuttavia la vitalità di qualcuno dei pochi abitanti a conquistarti. Alcuni giorni fa, sulla barca che ci aveva portato al ghiacciaio O’Higgins, avevo trovato un tedesco che mi aveva detto: «se mai arriverai fino a Puerto Williams, vai a stare dalla signora Cecilia».

In realtà non esiste un alojamiento che si chiami così; il posto in questione è “El Padrino”, un nome che trae sicuramente in inganno visto che non centra niente con i soliti Corleone e simili stereotipi. Fuori dal Refugio campeggia l’immagine di un signore anziano, con basco e occhiali.

 

È il papà di Cecilia che curiosamente possedeva lo stesso cognome della famiglia di Candelario Mancilla: si tratta probabilmente delle due case in cui mi sono trovato meglio in queste settimane di peregrinazioni.

Don Eduardo Mancilla Vega arrivò nel 1940 in questa regione così meridionale del globo come cacciatore e navigatore, dedicandosi successivamente all’allevamento sulla sperduta isoletta Hoste; quando formò una famiglia si trasferì a Puerto Williams. Durante tutta la sua vita nei dintorni di Capo Horn moltissime persone gli chiesero di far loro da padrino (cioè testimone), sia per matrimoni che per battesimi: per questo in paese gli affibbiarono tale soprannome.

Se qualcuno passa di qua l’alloggio vivamente consigliato è proprio “El Padrino”. Cecilia è un personaggio vulcanico e, in compagnia di suo marito Erwin e delle tre figlie, non vi mancherà di farvi sentire come a casa e di aiutarvi in (quasi) tutte le vostre richieste. Io in questo ho forse esagerato: immagino che probabilmente è stata contenta quando sono partito…

“El Refugio” è come un porto di mare, in sintonia con il paesino. Nel via vai di gente in questi giorni si trovano per esempio Felipe, un ragazzo di Santiago che ha lavorato ad Haiti; Xavier un francese che collabora da anni con i parchi di tutta l’America Latina; un medico di passaggio in appoggio ai soldati della marina che stanno sminando dopo i problemi avuti con l’Argentina alla fine degli anni Settanta (di cui parlerò più avanti); Barbara e Bernarda, le due ragazze di Santiago che abbiamo aspettato all’imbarco del gommone e che, non sapendo dove andare, si sono accodate a me; José un funzionario franco-spagnolo in aspettativa in giro per otto mesi che evidentemente se la prende comoda. A sorpresa trovo anche un italiano, Matteo, “avventuriero” della provincia di Verona con alle spalle diverse peripezie interessanti, anche in campo culinario.

Il Transbordador

Appena arrivato a Puerto Williams cerco per prima cosa di verificare se, come mi era stato confermato telefonicamente dalla compagnia Austral Broom, il mio nome risulta sull’elenco per la prossima partenza del traghetto. Più di una persona mi aveva consigliato questo transbordador che tre o quattro volte al mese collega Puerto Williams con Punta Arenas: il tedesco di cui sopra e un signore argentino sulla stessa barca, ma anche Mauricio e Carlos i due cileni sulla camioneta che ci ha portato oltre il confine cileno-argentino nel bosco; mi avevano spiegato che già da tempo avevano prenotato due tra gli ultimi posti disponibili. Il problema è che il biglietto non si può comprare in anticipo, né su Internet né presso gli uffici della compagnia: è possibile solo prenotarlo a distanza per poi pagare direttamente sulla barca, sempre che si abbia una prenotazione.

Neanche a dirsi quando mi reco nella casa-ufficio il mio nome non è sulla lista. Per fortuna vi è entrato dopo ripetute insistenze e una chiamata risolutrice alla responsabile a Punta Arenas.

Puerto Williams

Puerto Williams è proprio un paesotto. Secondo il cartello ufficiale il comune (di Capo Horn e dell’Antartide cilena…) possederebbe 2262 abitanti, ma il numero risale al censimento di dieci anni fa.

Oltre la metà sono funzionari, soldati della marina e le loro famiglie che abitano diverse file di casine bianche.

Come abbiamo visto Ushuaia si sente orgogliosa del titolo di «Città più australe del pianeta».

Forse questo è solamente un villaggio, ma si trova comunque più a Sud. Ancora oltre si trovano Puerto Toro, abitato da una cinquantina di pescatori e situato sulla stessa isola di Navarino ma accessibile solo dal mare o in aereo (!), e la famiglia del guardiano del faro di Capo Horn (!!). Sicuramente qui la sensazione di trovarsi «alla Fine del Mondo» è molto più forte che nella turistica Ushuaia.

È vero comunque che Puerto Williams (all’inizio Puerto Luisa) venne fondato ufficialmente solo nel 1953 come una base della marina militare cilena, anche se diversi coloni erano già arrivati alla fine del XIX secolo a far compagnia agli indigeni, tra i quali ben pochi sono sopravvissuti.

Fa ancora un freddo cane e in paese non si vede molta gente.

Una delle case più antiche,

la banca con un peculiare monumento, la prua di una nave,

la chiesa dal particolare tetto spiovente,

l’ammainabandiera.

In “centro” dei piccoli negozi,

qualche locale squinternato in cui si può comunque guardare calcio in televisione.

C’è anche un’associazione di vittime della dittatura di Pinochet, che non ha risparmiato neanche un posto così lontano dalla capitale.

Un mural immaginifico con in fondo una locanda che stavo puntando.

Mi siedo per mangiare e mentre aspetto il piatto (da dimenticare) pensando ai casi miei, due tipi destano la mia attenzione quando sento loro pronunciare il nome di Bettega (!). Chissà come mai, un ubriacone e un signore dalla folta barba che ha vissuto per anni in Italia stanno discutendo se l’ex attaccante juventino faceva parte o meno della spedizione Campione del Mondo del 1982 e, probabilmente visto che sono l’unico avventore rimasto, chiedono la mia opinione in merito. Storie strane.

Esce il sole e ci si scalda almeno un po’. Anche se sembra che qui, come in tutte le zone più vicine ai poli, il fenomeno del buco nell’ozono sia molto più preoccupante. Non ho idea se il cartello viene aggiornato o meno.

Anche qui graffiti,

e uno strano trenino colorato con il contatore della luce che, mi dicono, è un chiosco in cui si vendono patate fritte e altre cibarie; proprio in questi giorni chi ci lavora è in ferie.

Alla sera sono pochi i posti in cui uscire, per fortuna esiste un ritrovo aperto da poco in cui sorseggiare qualche birra e chiacchierare riscaldati dal fuoco di una stufa.

Fuori è ormai apparsa la luna sul canale di Beagle,

e una visione felliniana lo attraversa.

Comments

  1. aho, quanto a sud pensio di andare ancora? il continente e´ finito, te lo dicono i cartelli, e e´ ora di preparare le tappe carniche del giro

    • he he, io vorrei continuare ma troppo caro per ora…
      ma il cile e’ comunque lunghissimo fino all’estremo nord!
      😉
      quest’anno niente zoncolan veh!
      ci si vede presto spero.
      ciao,
      a

  2. giuseppina says:

    Bravo Alessandro, hai delle bellissime foto e ricordi. Adesso dove andrai??

  3. Angelo Sterminatore says:

    Ciao Alessandro!! Aspettiamo con trepidazione la prossima puntata! Grazie!!

  4. Cuidado con caerte del mapa,querido amigo!!!
    Tengo todas tus fotos y voy a reunirlas en una carpeta. Jamás llegué tan al sud por el lado chileno. Fui en barco (Crucero “C”) a las Malvinas en 1972 y pasé (con Hugo) los canales fueguinos pero del lado argentino.Sólo una breve excursión a Puerto Montt, Puerto del Hambre,etc.
    Una maravilla tu viaje! Gracvias por permitirnos disfrutarlo, qunque sea en parte,contigo. Un abrazo
    Susana

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