26 March 2017

I nazisti a Bariloche

Giovedì 12 gennaio 2012

Bariloche si snoda lungo il meraviglioso lago Nahuel Huapi, all’interno dell’omonimo Parco Nazionale circondato da varie cime tra le quali il Cerro Tronador (3554 m.) e il Cerro Catedral (2388 m.).

In una penisola che si lancia dentro il lago si trova l’Hotel Llao Llao, forse l’albergo più prestigioso del paese. Poco più a sud il villaggio storico chiamato Colonia Suiza (svizzera), uno degli avamposti della colonizzazione della regione iniziato alla fine del secolo XIX dai tre fratelli Goye provenienti dal cantone di Valais.

Fondata da Carlos Wiederhold, immigrato di origine tedesca, che vi aveva costruito nel 1895 la sua casa ai piedi del Cerro Otto, l’espansione inarrestabile di Bariloche è avvenuta solo negli ultimi decenni, quando ha rapidamente raggiunto i 100mila abitanti. In altre epoche aveva rappresentato il turismo d’élite, tipo Cortina o Sankt Moritz, anche se il suo fascino è ora leggermente diluito grazie ai molti giovani e alle presenze da tutta l’America Latina, che l’hanno fatta ironicamente ribattezzare Brasiloche, oltre alla cenere di cui sopra.

Rifugio di nazisti

In questa regione sembra di trovarsi in un pezzo di Austria o di Foresta Nera trasportato in America Latina. Non è un caso dunque che per iniziare una nuova vita in un altro continente molti ex nazisti scelsero la regione di Bariloche, dove potevano respirare quasi aria di casa.

Nella maggior parte dei casi accadde senza eccessivi problemi, grazie ai buoni uffici offerti dal governo di Juan Domingo Perón, il beneplacito dei servizi segreti statunitensi (in chiave della futura Guerra Fredda) e ai canali preferenziali del Vaticano che aiutò la gran parte di quei criminali prima a nascondersi in chiese e conventi e poi a ottenere i documenti (falsi, generalmente rilasciati dalla Croce Rossa) necessari a emigrare. Si tratta di una storia estremamente interessante di cui in Italia si è sempre parlato pochissimo, forse proprio a causa l’accennato coinvolgimento.

Il caso più famoso è quello di Erik Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine (335 persone uccise a sangue freddo come rappresaglia, il 24 marzo 1944), che si imbarcò da Genova e entrò in Argentina il 14 novembre 1948. Si trasferì poi a Bariloche dove visse tranquillamente con il suo vero nome. Molti abitanti di qui lo ricordano ancora come Don Érico, una brava persona, direttore dell’Instituto (tedesco) Primo Capraro,

e poi pensionato. Questa una delle sue ultime residenze, dove possedeva anche un negozio di alimentari.

Nel 1994 un’incauta intervista televisiva alla ABC attirò l’attenzione su di lui, poi la giustizia italiana si mise in moto e riuscì non senza difficoltà a ottenerne l’estradizione per poter effettuare il processo in Italia. Dopo diverse vicissitudini nel 1998 venne condannato all’ergastolo ma vista l’avanzata età gli furono concessi i domiciliari, a Roma.

Tuttavia, a quasi 99 anni Priebke è ancora vivo e in salute. Già nel 2007 aveva scandalosamente ricevuto il permesso (poi revocato) di uscire di casa per lavorare (!) presso il suo legale, ma si è da poco saputo che dal 2009 aveva nuovamente ottenuto la possibilità di recarsi a fare la spesa e andare a messa, sorvegliato dalla polizia: così Priebke se ne va ancora in giro, proprio nella città che ormai 68 anni lo vide protagonista dell’eccidio.

L’Argentina è piena di storie impressionanti e in un viaggio precedente ne ho trovata una estremamente interessante proprio su Priebke a Bariloche che è ancora in attesa di essere pubblicata, magari in un libro che chissà mai se e quando uscirà…

Furono centinaia i casi di criminali nazisti e fascisti che per arrivare in Argentina usarono la stessa strada, il cosiddetto Cammino dei Topi. Tra questi vi erano anche importanti gerarchi del Terzo Reich. Dall’“Angelo della Morte” Josef Mengele, lo spietato medico di Auschwitz che visse poi in Paraguay (retto per 28 anni dal generale Alfredo Stroessner figlio di bavaresi), Uruguay e Brasile dove morì nel 1979. Ad Adolf Eichmann, tra gli ideatori della “Soluzione finale”, che con il nome di Ricardo Klement soggiornò tra Buenos Aires e Tucumán finché, in questo caso si, con un’imponente operazione nel 1960 gli agenti del MOSSAD, i servizi segreti israeliani attraverso il loro braccio esecutivo SHIN-BET lo prelevarono all’uscita dal lavoro alla periferia della capitale. Eichmann venne poi processato e giustiziato in Israele.

Dopo la guerra arrivarono anche fascisti italiani e non ultimi i principali gerarchi ustaše, i famigerati nazisti croati, protagonisti di efferatezze e massacri paragonabili a quelli dei loro “colleghi” tedeschi, con epicentro nel campo di sterminio di Jasenovac, in Slavonia.

In questo caso l’intervento del Vaticano fu ancor più decisivo per la fuga di Pavelić che approdò a Buenos Aires nel 1947 a bordo dell’“Andrea C”. Nella capitale argentina il poglavnik e i suoi più stretti collaboratori cooperarono con gruppi legati a Perón. Ma quando nel 1955 il Generale subì un golpe militare e dovette esiliarsi le alte protezioni vennero meno, successivamente Pavelić subì un attentato e decise che era meglio cambiare aria finendo i suoi giorni nella Spagna franchista, dove morì nel 1959.

È importante notare che fin dalla seconda metà del XIX secolo l’Argentina ha anche accolto un numero altissimo di ebrei in fuga da varie persecuzioni, non ultima quella nazista, e i cui discendenti rappresentano ora una parte importante della società locale.

Anche in questo caso le storie che questo paese presenta sono mirabolanti e meriterebbero di essere raccontate in una sede più adeguata.

Comments

  1. giaguaro 37 says:

    napoli,22.04.2014
    A quando una visione storica dei “milioni” di morti,anche italiani, nell’inferno dei gulag staliniani ?

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