27 July 2017

L’autobus pieno, il Lago Yelcho e il paesino perduto di Santa Lucía

Venerdì 27 gennaio 2012

Il tempo oggi è molto diverso dalla grigia accoglienza di ieri. L’unico bus giornaliero per Futaleufú (un parco, paradiso del kayak, chiamato confidenzialmente Futa) parte verso le 12 da Chaitén. Mi spiegano che si tratta di un bus verde la cui compagnia non possiede un ufficio qui, né una fermata fissa.

Arriva da Futa al mattino, l’autista svolge alcune commissioni come portare la posta e altro al piccolo aeroporto locale o all’attracco della nave e poi passa dal lungomare a raccattare i passeggeri. I bene informati affermano anche che prima se ne va anche a mangiare un boccone in una cocinería dove mi reco, ma le informazioni che raccolgo non illuminano granché la situazione.

Mi rassegno ad aspettare sulla costanera (il lungo mare, o lungofiume) come molti altri.

Lì mi intrattengo con il simpatico Alex, che dispensa consigli utili nell’ufficio turistico, e due signore che stanno facendo una ricerca sul settore turistico locale.

Non appena finalmente appare il piccolo bus verde tutti prendono gli zaini e si lanciano verso la preda, ma per lo scorno totale ci rendiamo subito conto che è pieno fino all’inverosimile, anche nel corridoio: l’autista spiega che di ritorno dall’aeroporto è passato all’imbarcadero del traghetto arrivato stamattina dove aspettavano varie persone che sono state tutte caricate. Ovviamente nessuno era al corrente di questa eventualità. Solo una bionda signora canadese che viaggia da sola riesce a buttarsi in un angolino vicino alla porta e a farsi accettare a bordo.

Subito dopo si avvicina un altro piccolo bus diretto invece a Palena, che rappresenterebbe almeno un pezzo di percorso. Ma anche questo è pieno. In entrambi i casi ci sono anche alcuni lavoratori cileni, oltre agli stranieri.

Il tempo in Patagonia

«Chi ha fretta, in Patagonia perde il suo tempo» recita un antico adagio ed è sicuramente vero. Il tempo qui acquista un’altra dimensione, e questa storia dell’autobus ne è una prova.

Che fare ora? Quasi tutti si dirigono verso la strada che conduce fuori dal paese per provare in autostop.

Io indugio, e scopro che il gruppo di Nicholas non è ancora partito per l’escursione giornaliera. Pascal e Caroline, i due francesi di Nizza conosciuti ieri, stanno ancora prendendo informazioni al riguardo.

A causa di vari imprevisti (e alla disorganizzazione del buon Nicholas) partiamo verso il lago Yelcho con un ritardo esagerato, addirittura alle 14. Ma ormai la storia del tempo è nota. L’aspetto positivo è che alla fine della giornata Nicholas lascerà me e i francesi nel paesino di Villa Santa Lucía dove, sempre secondo i bene informati, domani dovrebbe passare un bus verso Sud.

I personaggi

Si parte finalmente. Anche oggi si trova la solita truppa internazionale con le storie più assurde.

Oltre ai francesi, c’è una coppia di indiani che vivono a Londra; lei voleva lasciare la sua compagnia (petrolifera) anche per intraprendere un viaggio di sei mesi. I datori di lavoro sono riusciti a convincerla a rimanere con un permesso di quattro mesi, che non sono sei ma comunque abbastanza per un itinerario decente. Il marito era momentaneamente disoccupato per cui ne hanno approfittato, sono volati fino in Ecuador e da lì via terra con obiettivo la fine del continente.

Poi il californiano Roger che in gioventù, negli anni Sessanta, era venuto in Cile a insegnare musica (!) e vi si era fermato per alcuni anni; dopo il suo rientro a casa è spesso tornato in visita, salvo durante i lunghi anni della dittatura in cui è venuto brevemente solo una volta.

Infine Martin, 67enne inglese, che mettendo insieme qualche risparmio, la pensione e i proventi della sua casa affittata, ha intrapreso un viaggio intorno al mondo di due anni (!), il primo con un Round The World Ticket (RWT, già citato in precedenza) e il secondo ormai tra Cina, India e nonsodovealtro con voli separati.  Dopo qualche mese in America Latina salterà in Nuova Zelanda, poi 4 mesi attraversando l’Australia e così via.

L’escursione consiste in una camminata di circa due ore e mezza tra andata e ritorno nella zona del lago Yelcho, con vista sull’omonimo ventisquero colgante, un ghiacciaio “appeso” a una montagna.

Quando partiamo le quattro brasiliane di ieri stanno ancora facendo autostop, sembra che un camion si sia fermato per caricarle.

Acque intense

Passiamo sul fiume Yelcho (anche questo si chiama così), con le sue acque dal colore impressionante.

Sulle cime intorno le nevi perenni.

Chi approfitta per andare in barca.

Attraversiamo il ponte arancione, con i due anglofoni del gruppo in stretta conversazione.

Sorpresa, sulla riva del fiume appare di nuovo il camioncino tedesco.

Imprevisti

Sulla Austral stanno lavorando e spesso si trovano dei blocchi temporanei per lavori.

Quando ci avviciniamo all’ennesimo sbarramento non ci immaginiamo che non ci saremmo mossi di lì a lungo.

Nessuno ci ha avvisato, ma stanno mettendo a posto una collina intera, sembra dopo aver fatto saltare con la dinamite alcuni massi giganteschi.

Siamo così intenti a chiacchierare che quasi non ci rendiamo conto che il tempo passa. Dopo oltre un’ora ci spiegano che l’attesa sarà ancora lunga: figurarsi, sono già le 16 e non siamo neanche arrivati sul luogo in cui iniziare la scarpinata. Già si sa la storia sul tempo dilatato in Patagonia…

Poi come per miracolo (e contrariamente alle attese ormai pessimistiche) gli sbarramenti si aprono e si passa.

Iniziamo a camminare in perenne compagnia dei tafani (tábanos), una costante di tutte le escursioni dalla Laguna Negra in poi.

Il fiume è splendido,

e gli scorci sul ventisquero impressionanti.

Particolare la vegetazione.

Quando arriviamo nel punto di osservazione più vicino si nota che i ghiacciai sono due, ovvero due trami dello stesso che negli ultimi anni si è paurosamente ritirato provocando anche la caduta di una parte di montagna in mezzo a loro.

Tra i vari discorsi si scopre che l’indiano nutre una certa simpatia per la Serbia e per l’atmosfera degli stadi da quelle parti (ormai sempre più di rado aggiungo io…). Poi quando si rivela tifoso del Manchester United capisco che l’ispirazione gliel’ha fornita Nemanja Vidić di cui, come già raccontato dal Sudafrica, qualche anno fa avevo conosciuto il padre in una pečenjara di Užice.

Alla fine Nicholas ci porta fino al minuscolo villaggio di Santa Lucía,

con il suo monumento ai pionieri.

Il paesino è costruito su un paio di strade parallele alla Austral, e finisce lì.

Con i francesi abbiamo fortuna, troviamo posto probabilmente nell’unico alloggio della zona, una meravigliosa casa in legno di cui non avremmo minimamente sospettato l’esistenza.

C’è anche una chiesetta.

Ma soprattutto troviamo un posto in cui mangiare qualcosa.

Inganniamo l’attesa con una birra locale, ormai la Escudo è tra le preferite della regione.

Il marito della cuoca è tra coloro che lavorano sulla Austral. Sembra che il governo voglia asfaltarla tutta, un progetto che dovrebbe terminare entro il 2018. Intanto molti lavoratori sono venuti a vivere nella zona.

Oltre a un pezzettino di carne con vari accompagnamenti, raddoppiamo con una pichanga, un piatto fatto apposta per accompagnare alla birra, composto da salsiccia e altre carni, peperoni, patate fritte e quant’altro.

Ce ne andiamo soddisfatti da un posto che fa molto Kaurismäki in salsa patagonica.

Speriamo che l’autobus di domani non ci lasci nuovamente a piedi.

Comments

  1. gabriele martin says:

    che posti fantastici spero tu ti diverta e stia bene . saluti gabriele

  2. … che continuo incanto tutto ciò che racconti ed illustri!!!
    Comunque: Ale, vabbè che non hai molta familiarità con gli autoveicoli… ma ti faccio notare che il camioncino tedesco non è affatto quello immortalato e segnalato in una tappa precedente! Ne sono talmente sicuro che non mi serve nemmeno andare a comparare le foto… sono completamente diversi!
    Speriamo che tu sappia almeno riconoscere l’autobus di domani, anche se non sarà verde! 🙂
    Un abbraccio!

    • he he, saranno state le allucinazioni della Austral!
      😉
      a

      • la mia sbadataggine e approssimazione è ormai storia ma confermo: il furgoncino tedesco è diverso. non lo confronto ne sono certo. io e FaBitu siamo entrambi iscritti al sito http://www.iprecisini.it io webmaster lui titolare del dominio!!!

        • avete ragione, chiedo venia…
          cmq era tedesco (almeno credo). mi sa che piu’ avanti ne ho visti altri (o era il primo? o il secondo?)… vedremo nelle prossime puntate!
          a

          • Ale, sei perdonato! Restiamo dunque in attesa di poter ammirare altri modelli di furgoncini “krukki” o quantomeno di poterli apprezzare da altre angolazioni o inseriti in altri contesti… 🙂

        • Giacomo, mille grazie dell’iscrizione ad honorem… e della “carica” conferitami! 😉
          Colgo l’occasione per congratularmi con Te per la redazione del bellissimo libro Jugoschegge che ho trovato davvero appassionato ed appassionante! Saluti!

  3. Luca Marin says:

    Ciao Ale, posti stupendi ovviamente che non possono che creare emozioni a non finire. A proposito di emozioni, immagino tu sappia quale big match si è svolto a pochi passi da casa mia ieri sera. E’ il tuo “amico serbo” ce l’ha fatta ancora una volta. 6 ore di fronte alla Tv!, non sono potuto andare in centro causa febbre e leggera colite. Sarà stato il viaggio? Mah. Comunque grande Djokovic! A presto

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