15 December 2017

La prigione di Ushuaia e i friulani della Fine del Mondo

Sabato 18 febbraio 2012

Dieci anni fa, durante la mia prima visita, mi aspettavo molto da Ushuaia, pomposamente definita la città più a Sud del Mondo.

Il mio amico Fabio la immaginava «fredda, bassa, con case di lamiera e gente un po’ triste, forse anche pericolosa…».

Questa visione romantica non esiste quasi più. La città è cresciuta a dismisura negli ultimi 35 anni ed ha perso parte della sua identità. Il passo definitivo fu la Legge di Promozione Industriale del 1978 attraverso la quale molte industrie si stabilirono in zona. Ma erano effimere, non si basavano sulla produzione locale: come a Taiwan importavano componenti elettronici e li assemblavano qui.

Moltissimi argentini arrivarono dalle province più disparate a cercare una facile ricchezza. Non si sarebbero mai integrati nel tessuto locale, composto da immigrati che si erano ormai amalgamati creando un’identità locale. I nuovi venivano invece fin quaggiù per arricchirsi e ritornare poi al più presto a casa loro.

Il presidio penale

Il nome di Ushuaia deriva dalla lingua Yagán, ush waia con il significato approssimativo di “baia profonda”. I popoli originari che abitavano questa regione millenni prima degli occidentali erano appunto gli yagán (o yámana), gli ona (o selknam) e i kawésqar (o alacalufes), ma di loro ora è rimasto solo qualche museo e diversi toponimi.

Il villaggio si sviluppò intorno al presidio penale, creato alla fine dell’Ottocento sulla vicina Isla de los Estados. Venne trasportato nella sua storica sede nel 1902 e attualmente è uno dei musei più visitati in città.

Furono gli stessi detenuti a costruire l’edificio a raggiera,

con le micro celle,

e anche un trenino che usavano durante i lavori forzati.

Il presidio ebbe numerosi ospiti famosi, tra i quali l’anarchico di origine ucraina Simón Radowitzki e il prigioniero numero 40 Cayetano Santos Godino, meglio conosciuto come il Petiso Orejudo (il piccoletto orecchiuto).

Era un sedicenne psicopatico dalle orecchie estremamente pronunciate che aveva seminato terrore a Buenos Aires nel 1912 per una serie di omicidi di infanti, dell’età di mesi o di pochi anni. Non contento di uccidere le sue vittime, Cayetano partecipava anche ai loro funerali, per cui diventò ben presto l’indiziato numero uno.

Convinti che la sua malvagità risiedesse nelle sue ‘orecchione alate’ tentarono anche di operarlo, ma non scaturì nessun effetto.

Morì dopo alcuni decenni di prigionia sembra per le botte ricevute dai suoi stessi compagni. Aveva ucciso un gatto, la mascotte dei detenuti, gettandolo nella stufa accesa…

Nel museo prigione si cerca di raccontare i personaggi,

anche se l’atmosfera reale si vede nel padiglione non rimesso a nuovo.

Nel negozio di ricordini,

e nel bar,

varie perversioni.

I furlans

Quando nel 1947 il governo decise di chiudere il Presidio, iniziò la vera espansione. Carlo Borsari, un imprenditore bolognese vinse un appalto del Governo argentino dell’epoca per costruire due nuovi quartieri di Ushuaia, allora ancora un villaggio di solo 2200 anime.

L’imprenditore si premurò di portare le attrezzature e la manodopera in nave dall’Italia. Dopo gli emiliani, i friulani costituivano la comunità più importante di quel migliaio di connazionali che arrivarono qui nel lontano 1948.

Dieci anni fa conobbi e intervistai due di loro, Dante ed Ancilla, di Torreano di Martignacco e Grions del Torre. Mi raccontarono molte storie interessanti ed emozionanti su quell’esperienza, trapiantati dal Friuli fino alla Fine del Mondo.

Alla fine dei due anni molti decisero di fermarsi in Argentina, anche perché l’imprenditore se ne andò di nascosto nonostante per contratto tutti avessero diritto al viaggio di ritorno, ma pochi di loro rimasero a Ushuaia.

Ushuaia ora

Ushuaia è ormai una città estremamente turistica. Come si sottolinea in questi cartelli, costituisce anche la miglior (e più vicina) base per la visita all’Antartide, distante “solo” mille chilometri.

Da qui partono le grandi barche per il continente bianco con crociere che durano tra i 7 e i 15 giorni; i prezzi sono estremamente cari (dai 4mila dollari in su) ma tutti quelli che ci sono stati ne raccontano meraviglie.

Anche se è piena estate pioviggina, tira vento e fa un freddo cane, come d’inverno da noi. I pinguini, veri o presunti,

sono dappertutto.

Come i richiami alla “Fine del Mondo”,

 

e alle rivendicazioni (anche recenti) per le Malvinas/Falkland; durante la guerra tutta la Terra del Fuoco argentina si trovava in prima linea.

Il sindacato di camionisti è in sciopero e gli attivisti cucinano per strada.

A sorpresa, ritrovo il Rotel che avevo visto molti giorni fa a Chiloé (questo almeno è sicuro che è lo stesso).

Nella galleria di camper, si staglia anche questo camioncino cileno modificato.

L’ostello Cruz del Sur non è neanche tanto male (a parte che c’è moltissima gente e siamo tornati nell’ottica delle camerate),

era stato fondato da un italiano che poi qualche anno fa l’ha venduto all’attuale proprietario, di Buenos Aires.

All’interno una parete in cui vengono citati temi a noi cari.

Dopo le recenti esperienze negative, riprovo un altro tenedor libre a La Estancia,

e va sicuramente meglio.

L’asador è molto gentile

e oltre all’agnello mi propone un pezzo di vacío al sangue.

E si ritorna al dulce de leche.

Domani in barca sul canale di Beagle.

Comments

  1. E così le “Tres Marías” esistono ancora! Ci ho passato un 31 dicembre 15 anni fa! E il cordero patagonico è la miglior carne argentina che si possa mangiare, Volveré! Quale la prossima tappa? Risali dalla Ruta 40? Ciao

  2. que suerte que tienes… estar al final del mundo, fuera de todo…

  3. … e la centolla????

  4. Franco Borsari says:

    Sono figlio di Carlo Borsari e desidero precisare quanto segue:
    alla fine dei due anni di contratto con il Governo argentino Carlo Borsari non se ne andò da Ushuaia, ma diresse la produzione del proprio stabilimento per la produzione del legno compensato.
    Tutti gli emigranti che fecero ritorno in Italia ebbero il biglietto di viaggio pagato dalle autorità argentine secondo quanto prevedeva, più in generale, il programma, allora in vigore, di ‘emigrazione assistita.

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