21 July 2017

Dieci anni da QUEL 5 ottobre

Oggi ricorre il decimo anniversario di una delle date fondamentali nella recente storia dei Balcani.

Fin dal mattino di quella storica giornata una moltitudine di serbi conversero verso la capitale Beograd con tutti i mezzi possibili e immaginabili, alcuni da soli altri organizzati.

La DOS (coalizione di 18 partiti sotto la comune denominazione di “Opposizione Democratica Serba”) aveva chiamato i cittadini a scendere in piazza per protestare contro la decisione di Slobodan Milošević di non riconoscere la sconfitta nelle elezioni per la presidenza della Repubblica Federale di Jugoslavia (da tempo ridotta alle sole Serbia e Montenegro), svoltasi pochi giorni prima, il 24 settembre 2000.

In realtà il mandato di Sloba sarebbe scaduto solo nel giugno successivo e non avrebbe avuto nessun bisogno di convocare elezioni anticipate; probabilmente calcolò di sfruttare il momento, non del tutto negativo per lui. Si fa per dire: il paese, solo un anno prima bombardato per 78 giorni dalla NATO, era ancora tremendamente isolato. Si dice che dietro quella decisione ci fosse come sempre lo zampino dell’eminenza grigia (o nera), diventata l’incubo di un paese intero, la sua sposa Mira Marković. Comunque sia, quella mossa gli costò molto cara.

Il candidato dell’opposizione Vojislav Koštunica aveva ottenuto la vittoria già al primo turno con il 50,34% dei voti, ma le prime dichiarazioni ufficiali della Commissione Elettorale, evidentemente controllata da Milošević, identificavano invece Sloba come trionfatore assoluto; poi la Commissione passò a una posizione più mite (successo di Sloba, ma senza la maggioranza assoluta) per arrivare infine a un’affermazione di Koštunica con il 48%, che significava comunque il ballottaggio.

Ormai si era tuttavia messo in moto un meccanismo inarrestabile, come una palla di neve che si stava trasformando in una valanga e che avrebbe portato all’inopinata fine di Sloba. Non erano in molti ad aspettarsi una soluzione così rapida.

Dopo vari tentennamenti, la Commissione elettorale annunciò che avrebbe reso noto i risultati definitivi il 5 ottobre e la DOS decise di agire. L’appuntamento era nella piazza antistante il Parlamento Federale.

Quasi un milione di persone risposero all’appello dell’opposizione finalmente (anche se solo temporaneamente) unita e la popolazione si riversò su Beograd.

Milošević aveva ordinato alle forze di polizia (a lui specialmente fedeli) di caricare la folla, ma si trattava di una massa d’urto troppo grande da contenere. Per fortuna emissari della DOS avevano previamente contattato anche i corpi speciali della JSO (Unità per le Operazioni Speciali) affinché non eseguisse gli ordini di Sloba, quando era ormai chiaro che stava per cadere. Il capo della JSO era Milorad Ulemek Legija, che solo due anni e mezzo più tardi avrebbe portato a termine l’assassinio di Zoran Đinđić insieme al suo clan (mafioso) di Zemun.

A pomeriggio le prime avanguardie entrarono nel Parlamento, dando fuoco ad alcune parti dell’interno. La famosa immagine con il fumo nero che usciva dalla Skupština con sullo sfondo centinaia di migliaia di persone divenne il simbolo di quella giornata.

Contemporaneamente, venne assaltata la sede centrale della PTC, la radiotelevisione serba, principale arma di propaganda del regime: la scatola venne aperta da tale Ljubisav Đokić, chiamato Džo bagerista, (Joe e il suo bulldozer), giunto fino a Beograd con il suo scavatore convinto che quel mezzo sarebbe potuto servire a qualcosa: divenne un eroe e il simbolo di quella “Rivoluzione” (con molte virgolette). La PTC dopo alcuni minuti di sospensione riprese i programmi con un cartello che diceva: «Questi sono i programmi della nuova RadioTelevisione Serba».

Alla sera, Koštunica si presentò di fronte alla folla festante dal balcone del Parlamento Serbo, quasi antistante quello federale, esordendo con un «Buona sera Serbia libera».

Uno degli elementi destabilizzanti e l’unica novità che portò aria fresca nell’asfittico panorama politico serbo venne dal movimento giovanile Otpor (in serbo “resistenza”), un’organizzazione composta da giovani studenti che costituì una delle chiavi per la vittoria di Vojislav Koštunica. Poi si seppe che Otpor, per organizzare la propria azione, ricevette fondi sostanziali da agenzie governative statunitensi; fu il primo embrione di future esperienze simili in Georgia, Ucraina e altri paesi dell’estremo Est europeo.

Allora fu proprio Otpor a provocare i problemi più gravi al regime, e nei mesi precedenti le elezioni fu sicuramente più colpita dalla polizia che qualsiasi altra organizzazione, più della stessa DOS.

Il pugno chiuso nero, emblema di Otpor, divenne il simbolo stesso della volontà di cambiamento. Gli attivisti di Otpor percorsero in lungo e in largo il paese per appiccicare gli ormai famosi adesivi neri, soprattutto sui manifesti elettorali di Milošević. In tutti appariva la frase divenuta la più gettonata dell’autunno serbo: Gotov je (È finito, in serbo).

Le proteste studentesche in Serbia hanno rappresentato una costante, una prova attraverso cui ogni generazione è ciclicamente passata, fin dai tempi di Tito.

Purtroppo i risultati concreti delle manifestazioni sono sempre stati ridotti, nonostante la proverbiale immaginazione e l’inventiva degli organizzatori. La tradizione nacque nel lontano 1968, anno di proteste generalizzate in tutto il mondo: allora Tito apparve a sorpresa nel balcone di Trg Republike (piazza della Repubblica) per tranquillizzare gli studenti; spiegò che le loro richieste sarebbero state prese in considerazione. I giovani credettero al Maresciallo (che allora era ancora in forma) e se ne tornarono tranquillamente a casa. Il primo grande movimento di massa durante il regime di Milošević avvenne il 9 marzo del 1991 per protestare contro l’imbavagliamento dei mezzi di comunicazione (segnatamente Radio B92 e la tv Studio B), un punto chiave del controllo della società negli anni a seguire. Era la vigilia delle guerre balcaniche e Sloba usò le maniere forti: fece uscire i carri armati nelle strade di Beograd (sarebbe stata l’unica volta) e la ribellione si dissolse.

Venne poi la protesta studentesca del maggio–giugno 1992, proprio all’inizio della guerra in Bosnia. Durò poco più di un mese e molti dei suoi organizzatori scapparono subito dopo all’estero.

Sicuramente le manifestazioni più importanti avvennero nell’inverno 1996/97 e durarono oltre tre mesi. Tuttavia Milošević, giocando come sempre a guadagnare tempo, dovette sì riconoscere la vittoria delle opposizioni a livello locale, ma tenne ben salde le redini del potere, anche grazie alle divergenze tra i capi dell’opposizione brevemente riuniti nella coalizione Zajedno (Insieme), che ben presto si spaccò. In quell’occasione la Comunità Internazionale non intervenne perché Milošević veniva ancora percepito come colui che aveva portato alla pace di Dayton.

La protesta fu allora soprattutto urbana e non riuscì a comunicare né con la Serbia profonda, né con i lavoratori. La differenza sostanziale con i fatti dell’autunno 2000 fu proprio questa: una delle chiavi dell’assalto al Parlamento fu lo sciopero generale della miniera di Kolubara, chiave per la produzione di energia elettrica e dove Koštunica si recò subito dopo aver assunto il potere.

Il 6 ottobre 2000, dopo un incontro con Koštunica, Milošević apparve in televisione e riconobbe la vittoria del suo antagonista. Sloba venne poi arrestato il primo aprile 2001 e il 28 giugno successivo (di nuovo un Vidovdan) venne estradato all’Aja, per essere giudicato dal Tribunale Internazionale sui Crimini di guerra per l’ex Jugoslavia. Quello fu sicuramente un errore (l’ennesimo) della Comunità Internazionale che avrebbe dovuto permettere che Milošević fosse giudicato prima in Serbia per poter affrontare una profonda discussione sugli avvenimenti di quel decennio nero nel paese, una catarsi che di fatto non è avvennuta.

Sloba morì in carcere l’11 marzo 2006, a pochi mesi dalla conclusione del lunghissimo processo, lasciando con un palmo di naso la giudice Carla Del Ponte e il Tribunale dell’Aja.

Il 23 dicembre del 2000 si tennero poi tenute le elezioni parlamentarie serbe stravinte dalla DOS (64,7%, contro il 13,2% dell’SPS di Milošević): finalmente Zoran Đinđić, il politico di punta della coalizione, divenne Primo Ministro. Ben presto iniziarono però le liti tra Koštunica (DSS, Partito Democratico Serbo) e Đinđić (DS, Partito Democratico) che continuarono fino all’assassinio del premier, il 12 marzo 2003, l’ennesimo tragico avvenimento che gettò il paese nuovamente nel baratro.

I conflitti tra i due partiti continuarono anche con il successore di Đinđić, Boris Tadić (attuale Presidente Serbo), che alla fine ha avuto politicamente la meglio su Koštunica.

Il decennale del 5 ottobre segna la ricorrenza di una data chiave ma molte aspettative sono state disattese. È vero, lo scorso 19 dicembre sono stati finalmente eliminati i visti per i serbi per entrare nel territorio di Schengen, ma il cammino dell’integrazione europea sarà molto lungo e la spina del Kosovo è sempre presente. La situazione economica, pur non potendola paragonare con gli anni Novanta o Duemila, è comunque disastrosa, un certo tipo di mafie controlla il paesee le prospettive per i cittadini sono quasi nulle. Un mio amico serbo oggi mi diceva:

«Quale 5 ottobre?! Questi dieci anni sono stati un disastro; dal duemila è passato molto tempo e ancora una volta non siamo riusciti a cambiare molte cose nel nostro paese».

Comments

  1. Quanta energia positiva e vivissime speranze sono andate in rovina e pare che non ritorneranno piu`! Alla fine, SI sono soltanto cambiati…

  2. Ciao Ducibre! Non perdere le speranze, questi 10 anni purtroppo sono stati politicamente disastrosi un po’ dappertutto, ma io confido che prima o poi ci sia un ricambio vero, nella classe politica ma anche (soprattutto?) nella testa della gente. Magari dovremo aspettare di veder crescere la generazione della tua princesa, ma magari no…

    Ale, noi ci siamo conosciuti proprio in quel settembre belgradese… che giorni incredibili, in tutti i sensi. Mi sembra impossibile che siano passati 10 anni… dobbiamo festeggiare!!!

  3. Grazie per il contributo storico, il bello di questo blog è proprio “l’altro” (della serie … “non si vîf dome di pan e balon!”).

    volevo solo chiederti una precisazione. non condivido, probabilmente per parziale informazione o per ignoranza, il tuo definire “errore” l’estradizione di Milosevic all’Aja.
    Tra le diverse accuse che pendevano su di lui, non era forse prioritario che venisse processato per i crimini di guerra di cui era responsabile? e di sicuro questa andava fatto dal tribunale internazionale e non da tribunali locali probabilmente ancora vicini a lui.

    mandi

    ps.alla fine andarai a beograd per il derby? ma hanno deciso se verrà giocato?

    • alessandrogori says:

      infatti questo e’ il pensiero comune che volevo proprio contrastare.
      in serbia soprattutto in quel momento (ma anche ora) c’era bisogno di una profonda discussione sugli avvenimenti degli anni novanta, che non e’ mai avvenuta.
      l’occasione migliore sarebbe stato un processo a sloba, proprio nel momento in cui era stato defenestrato. aveva molti delitti sui quali rispondere anche in serbia, sia politici che non. un processo PRIMA in serbia (ma non solo) sarebbe servito a questo, ma l’occasione e’ stata persa. estradandolo a un tribunale politico come quello dell’aja, in cui vengono giudicati solo alcuni dei responsabili ha accentuato i sentimenti antioccidentali serbi, invece se fossero stati PRIMA gli stessi serbi a giudicare sarebbe stato diverso.
      il risultato? che il processo all’aja e’ andato avanti per anni e alla fine sloba lo ha “gabbato” morendo in carcere (?!) prima della sentenza…

      il derbi sembra che si disputera’ con una presenza di migliaia di poliziotti. non riesco ad andarci, in questo momento sono a torino.
      ziv,
      a

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