21 October 2017

Il Presidente serbo Tadić chiede scusa a Vukovar. Un reportage sulla città martire

Venerdì 5 novembre 2010

Il nuovo traghetto lascia il villaggio di Bač sulla sponda serba del Danubio e avanza lentamente verso Vukovar, che si trova proprio di fronte. Il primo passeggero della nuova tratta (costo un euro) è il Presidente serbo Boris Tadić: sul porticciolo lo accoglie il suo omologo croato Ivo Josipović. Insieme rendono omaggio prima al memoriale croato di Ovčara e poi a quello che ricorda i civili serbi trucidati nella vicina Paulin Dvor.

Durante la sua storica visita di ieri Tadić ha espresso le scuse del popolo serbo da lui rappresentato per i massacri compiuti dai serbi a Vukovar. È la prima volta che accade; alcune decine di croati hanno protestato contro la visita del Presidente serbo.

La città martire croata rappresenta uno degli episodi più cruenti delle guerre jugoslave degli anni Novanta e ancor oggi visitarla fa rabbrividire. Ci andai per la prima volta nel novembre 1996 e ricordo quanto rimasi sconvolto: era rimasta in rovine, praticamente come cinque anni prima, quando le armi tacquero.

Avevo osservato più o meno le stesse sconvolgenti immagini proposte dal film Vukovar, jedna priča (Vukovar, Poste Restante) di Boro Drašković, del 1994, che raccontava la storia di una coppia mista all’inizio del conflitto.

Qui un mio reportage sulla città che risale al 2003:

DA VUKO-WAR A VUKOVAR [2003]

VUKOVAR (Croazia) – Uscendo dalla città di Vinkovci è impossibile non notare i segni della guerra. Su tutte le facciate sono ancora evidenti le impronte dei proiettili.

Anche le stazioni di servizio espongono la bandiera croata. Nei paesini del circondario il panorama è completato da casine basse e cicogne che nidificano dove possono.

Fuori, i campi si aprono a perdita d’occhio. In villaggi come Petrovci ci sono due chiese, una cattolica e una ortodossa, a poca distanza tra loro ed entrambe con proiettili conficcati nei muri.

Ci troviamo nella fertile regione della Slavonia Orientale, sulle rive del Danubio.

Dopo pochi chilometri si presenta la città simbolo di Vukovar, teatro di una delle pagine più cruente delle guerre jugoslave degli anni Novanta. È parzialmente cambiata dal novembre 1991 quando di essa rimanevano solo macerie. Per molti anni la città è rimasta un luogo spettrale in cui vivevano pochissime persone, che camminavano in silenzio come dei fantasmi. La ricostruzione non era ancora iniziata: la guerra era già terminata nei Balcani, ma non a Vuko-WAR, come l’avevano ribattezzata.

Come si viveva bene

La Slavonia Orientale era una delle regioni più ricche dei Balcani. A Vukovar vivevano circa 50mila abitanti: croati, serbi e alcune minoranze. Decine di migliaia di persone lavoravano nelle varie fabbriche tessili della zona, controllate dal grande complesso industriale statale “Borovo”.

La Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia (SFRJ) era ancora unita. Nel 1990 fu eletto presidente della Croazia il nazionalista Franjo Tuđman. Le relazioni con il suo omologo serbo, Slobodan Milošević, anche lui nazionalista, entrarono apparentemente in rotta di collisione: già allora si stava preparando la guerra.

Il conflitto fu preannunciato da vari episodi cruenti, con aggressioni a persone di entrambe le comunità. Gruppi paramilitari serbi, tra cui le famigerate “Tigri” di Arkan, si infiltrarono nella zona. Le nuove autorità croate aumentarono le unità della polizia, che distribuiva armi ai membri della propria comunità.

I mezzi di comunicazione giocarono un ruolo chiave. L’obiettivo, comune a tutte le guerre balcaniche fino al 1995, era spingere le diverse comunità contro le altre. Le élites al potere cercavano di mantenere o di approfondire il controllo della situazione per assicurarsi delle zone di influenza in cui esercitare il proprio potere e conseguentemente i lucrosi traffici illegali che ne derivavano.

L’arma infallibile in questi casi era il nazionalismo. Non era poi così difficile seminare odio in quelle terre che nei secoli di sangue ne avevano visto scorrere in abbondante quantità. I politici, specialmente Milošević e Tuđman lo sapevano bene: da secoli queste regioni sono miste e tutte le famiglie delle varie comunità in ogni generazione hanno subìto morti ammazzati con il coltello, per il fatto di essere serbi o croati (e musulmani in Bosnia).

Le ultime, profondissime ferite, non curate, risalivano alla Seconda Guerra Mondiale. Nazisti tedeschi e fascisti italiani costituirono uno stato indipendente croato (NDH) e controllato dagli Ustaše, i famigerati nazisti croati comandati da Ante Pavelić.

Non lontano da qui, nel villaggio di Jasenovac, gli Ustaše fondarono uno dei più crudeli campi di sterminio dell’epoca in cui furono assassinate centinaia di migliaia di persone, soprattutto serbi, gitani ed ebrei.

Quando i comunisti del maresciallo Tito vinsero la guerra, il nuovo regime preferì non aprire una discussione su quello che era accaduto. Si limitò a guardare al futuro, seppellendo il recente passato sotto il motto “Fratellanza e Unità” come se niente fosse successo. Quarantacinque anni più tardi i nuovi regimi giocarono ad aprire il vaso di Pandora. Nessun conflitto etnico o di religione nei Balcani: furono questi gli aspetti facilmente utilizzati dai regimi per i propri interessi, che in alcuni ambiti erano comuni: Milošević e Tuđman, lo si è saputo in seguito, avevano stretto degli accordi, come la spartizione della Bosnia Erzegovina.

Dopo tante minacce la guerra iniziò sul serio nel 1991 a seguito della dichiarazione unilaterale di indipendenza di Slovenia e Croazia il 25 giugno. I serbi furono espulsi da alcune zone della Croazia e si riunirono dove i membri della loro comunità erano la maggioranza (Krajina): già avevano preso le armi dopo aver espulso i croati.

La regione di Vukovar era profondamente mista, e allo stesso tempo costituiva un obiettivo primario dell’esercito jugoslavo già controllato dai serbi. La guerra qui divenne durissima alla fine di quella maledetta estate del 1991: nella città si combatté per tre mesi, negli ultimi giorni casa per casa. La potenza delle milizie serbe era molto superiore e il 17 novembre 1991 gli ultimi croati che si nascondevano nelle cantine si arresero. Nel frattempo si registrò una sequela di episodi sporchi, assassinii di civili, massacri come quello dell’ospedale di cui si resero protagonisti i paramilitari serbi, oltre a fosse comuni da entrambe le parti.

Non era praticamente rimasta una casa intatta. La città e tutti i villaggi della zona si trovavano in rovina e così rimasero per lunghi anni in cui pochissime persone ci vivevano: i croati non potevano rientrare e i anche serbi avevano perso tutto. Non era possibile pensare a una vita normale a Vuko-WAR.

Tra maggio ed agosto del 1995 Milošević “vendette” a Tuđman i territori della Krajina che i serbi avevano mantenuto per quattro anni. In un’ottantina di ore l’esercito di Zagabria li “conquistò” con la famigerata “Operazione Oluja” (Tempesta) e oltre 250mila serbi dovettero fuggire sotto i bombardamenti e le rappresaglie. Così si arrivò agli accordi di pace di Dayton, nel dicembre 1995. La regione della Slavonia Orientale assunse uno status speciale e fu creata la UNTAES, una missione transitoria delle Nazioni Unite per facilitare la reintegrazione pacifica del territorio nella Croazia, che terminò nel 1999.

Vukovar oggi

Oggi alcune case sono state ricostruite o riparate, e la loro immagine fa risaltare ancor di più le rovine della porta accanto. Molte persone di entrambe le etnie sono tornate in quella che era la loro città, ma vivono senza quasi entrare in contatto.

Lo statunitense Charles Tauber visitò Vukovar nel lontano 1995 e decise di rimanerci. Charles lavora per il CWWPP, una ONG che si occupa di psicotraumi e di costruzione della pace. «Si è deciso di puntare solo sulla ricostruzione. Quasi nessun fondo invece per la riconciliazione, di cui si occupano solo due o tre ONG, ma con una completa mancanza di fondi» si lamenta Charles. «Non abbiamo neanche abbastanza psicologi e psichiatri di qui. Se si vuole prevenire un nuovo conflitto nel futuro di queste terre è necessario mettersi a lavorare sul serio e con molti fondi. Ma sembra che a nessuno importi, e questo mi fa arrabbiare moltissimo!».

In sostanza sono le stesse conclusioni cui è giunto un recente rapporto dell’OSCE [Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa]: le categorie bisognose e a rischio sono molte, le donne, gli ex soldati, i profughi, i bambini, in pratica l’intera popolazione è traumatizzata.

Secondo Tauber si dovrebbe investire in progetti a lungo termine ma la Comunità Internazionale solo finanzia quelli brevi che servono a poco. «Vedo un futuro molto incerto: forse si potrà registrare un leggero recupero a breve termine, ma esisteranno gli ingredienti per una nuova esplosione». Circolano immense quantità di pasticche e droghe di qualsiasi tipo che creano dipendenza e che, insieme all’alcool, costituiscono uno dei problemi più gravi.

Croati e serbi dividono lo stesso spazio fisico ma vivono completamente separati dentro di esso. Ogni comunità possiede i propri caffè, ristoranti, squadre di calcio, luoghi di riunione e per le attività culturali. Anche i bambini frequentano scuole diverse. Per strada si incontrano compagni di scuola che erano amici e che ora non si salutano. L’unico luogo misto è il mercato della città, che ha costituito un’esperienza pilota: normalmente qui la gente va nella bancarella più conveniente, senza guardare all’etnia. Tuttavia si tratta di una goccia nel mare delle necessità.

Secondo Miloš Vojnović, vicepresidente dell’SDSS [Partito Indipendente Democratico Serbo] esistono dei segni positivi. «Precedentemente c’erano provocazioni e incidenti ogni giorno. Oggi continuano gli attacchi verbali, ma almeno non quelli fisici».

Uno dei problemi maggiori è la disoccupazione che raggiunge i due terzi della popolazione. Nella fabbrica tessile “Borovo”, uno dei complessi industriali più importanti dell’anteguerra che assorbiva 18mila operai, ora ci lavorano solo 700 persone. Continua Vojnović: «La Croazia possiede una legge costituzionale per proteggere le minoranze che vivono sul proprio territorio: sulla carta è molto buona, ma non viene rispettata. I serbi soffrono discriminazioni, per esempio al momento di trovare lavoro».

Ljubomir Mikić, del Centro per la Pace di Vukovar, la prima ONG registrata nella zona, già nel 1996, aggiunge: «La popolazione è stanca di parole vuote sulla risoluzione di conflitti. Sono programmi interessanti, ma dovrebbero essere adattati alla realtà locale e non continuare sulla stessa lunghezza d’onda per dieci anni». I problemi che la popolazione deve affrontare sono molto concreti e, soprattutto, si riferiscono a come sopravvivere. «Uno dei nostri progetti si basava in un semplice corso per computer. Cittadini serbi e croati hanno passato due mesi insieme e comunicavano senza problemi: probabilmente i benefici indiretti sono stati più alti di quelli diretti.

L’idea è mettere la gente insieme identificando quali sono le loro necessità più immediate. Non è tutto: «Siamo stati e ancora siamo vittime della manipolazione da parte dei mezzi di comunicazione. Le autorità croate non collaborano molto e il sistema giuridico è un disastro. La mia impressione è che le Nazioni Unite hanno abbandonato questa regione troppo presto. La missione aveva ricevuto numerosi riconoscimenti ed è vero che in alcuni aspetti ha funzionato, ma dovrebbe essere giudicata ora», aggiunge Mikić.

Spesso le facciate si ricostruiscono ma all’interno delle case perdurano le stesse rovine di 12 anni fa: è il paradigma della gente di Vukovar oggi.



Comments

  1. luca R. says:

    Niente, volevo solo dire che ci sono stato anch’io, nel settembre 1999, ed era ancora tutto distrutto. Certo che mi ha fatto molta impressione vedere quel filmato aereo, una panoramica davvero impressionante. Ricordo le vecchine vestite di nero e le loro misere verdure al mercato, il cielo grigio ed i corvi, le pareti bucherellate, la via centrale deprimente, l’asfalto distrutto e…il consolato “jugoslavo” nuovo di zecca. La Serbia di Milosevic era appena stata bombardata dalla Nato per il Kossovo e quell’edificio isolato vicino al fiume era una specie di roccaforte blindata.
    LR

    • alessandrogori says:

      grande LR, so che stimolo la tua curiosità con queste storie.
      Vukovar è sempre un pugno sullo stomaco.
      ziv,
      a

      • luca R. says:

        …sai il bello è che provai a citofonare al fortino ed a chiedere al console un visto per andare a Belgrado. Mi aprì di malavoglia (ero oltre l’orario di apertura) osservandomi con curiosità. Era un giovane diplomatico sulla quarantina, scuro di capelli, olivastro e ben rasato, praticamente come sono io oggi a distanza di 11 anni (tranne per la rasatura, che non è mai a puntino). Gli spiegai le mie intenzioni attraverso le inferriate ed una tenue ma fitta pioggerella. Prima cercò di capire come mai non avevo chiesto il visto al consolato di Trieste dove, a suo dire, c’era un bravissimo console (?!). Infine mi incalzò con un refrain che tuttora quando ci penso mi torna sempre alle orecchie: “You want go to Belgrade: to see what? to see what? to see what? to see what?”…
        Cercai di abbarbicarmi con vaghe motivazioni ma venni respinto, non alla frontiera ma ancora in terra straniera cioè croata. Il Danubio era lì a due passi e non riuscii ad oltrepassarlo. Presi mestamente un autobus di linea per Osijek dove me ne andai lungo la Drava (che, tra parentesi, nasce dalle parti di Dobbiaco dove ho visto la sorgente) ad osservare i canoisti.
        LR

  2. anni fa ho visto al trieste film festival un “bel” documentario su vukovar (vukovar – poslednji rez, di janko baljak)
    se interessa, l’ho trovato qui

    http://video.google.com/videoplay?docid=-7899220085163255182#

    peccato però senza subs

    • alessandrogori says:

      grazie fii, fai sapere se hai altre segnalazioni.
      messo a cucinare l’adsl carnica tutta la notte
      😉
      ah, anche quest’anno dovrei esserci per alpeadria.
      ziv,
      g

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