25 July 2017

Gas e petrolio, la nuova Via della Seta

Posof, lunedì 17 agosto

Tbilisi President George W Bush street 1

Dopo la lunga attesa riprendiamo la strada, forse la più dissestata di tutta la Georgia. Strano che si trovi in queste condizioni perché proprio qui vicino passa il gasdotto Bakı-Tbilisi-Erzurum e soprattutto il celebre “BTC” (Bakı-Tbilisi-Ceyhan): il secondo oleodotto più lungo al mondo, progetto occidentale da quasi 4 miliardi di dollari (30% di “British Petroleum” e vari soci minori, tra i quali anche una partecipazione dell’“ENI” al 5%) con una capacità di un milione di barili al giorno.

Inaugurato nel 2005 trasporta per 1768 km le immense riserve dell’Azerbaigian fino ai terminali turchi. Unisce Caspio e Mediterraneo evitando accuratamente le rotte russe ma anche l’Armenia e le zone di tensione della regione: Nagorno Karabakh, le regioni secessioniste della Georgia e le aree più calde del Kurdistan turco.

rotte_oro_nero800

Le rotte dell'Oro Nero (Limes)

Recentemente l’“ENI” ha concluso un accordo con Russia e Turchia per la costruzione di un altro segmento, dalla stessa Ceyhan a Samsun, collegando così Mediterraneo e Mar Nero.

Tbilisi Georgian Oil & Gas Corporation

Alla periferia di Tbilisi vedremo poi il nuovissimo palazzo della Compagnia Georgiana di Petrolio e Gas (Georgian Oil & Gas Corporation) e, sulla strada dell’aeroporto, addirittura la via dedicata a George W. Bush (!), dopo la sua visita nel 2005.

Tbilisi President George W Bush street 2

Negli ultimi anni il territorio georgiano è diventato un campo di battaglia di una rinnovata Guerra Fredda tra Stati Uniti e Russia. Il paese non possiede importanti risorse naturali, ma la sua posizione strategica lo rende chiave in una regione vitale come il Caucaso. Fin dall’antichità vi transitavano le preziose mercanzie orientali verso Occidente. Ora, in un’edizione rivista della Via della Seta, sono petrolio e gas a seguire lo stesso cammino.

Nel 1991, al momento del collasso dell’Unione Sovietica i georgiani votarono massicciamente per Zviad Gamsakhurdia, un politico populista e nazionalista che si era opposto anche militarmente alle spinte delle minoranze etniche presenti sul territorio georgiano, spesso pesante eredità delle deportazioni e degli esperimenti etnici zaristi e stalinisti.

Nel gennaio 1992 venne spodestato da un colpo di stato militare da cui emerse Eduard Shevardnadze che nel marzo dello stesso anno fu nominato Presidente dal Consiglio di Stato (senza peraltro essere eletto dal popolo). Dopo aver raggruppato l’opposizione riuscì a mantenersi al potere contando anche sull’importante appoggio occidentale grazie anche al credito ottenuto con il suo precedente incarico di Ministro degli Esteri di Gorbačëv.

All’epoca esplosero anche i conflitti nelle regioni separatiste di Ossezia del Sud e Abkhazia. Dopo una sconfitta delle truppe georgiane in quest’ultimo territorio, nel settembre 1993 Gamsakhurdia ritornò in armi dal suo esilio in Cecenia conquistando varie città della Georgia occidentale, compresa Zugdidi, suo quartiere generale. Morì in circostanze misteriose il 31 dicembre dello stesso anno.

Nell’agosto del 1995 Shevardnadze cambiò la costituzione verso un sistema presidenziale e nel novembre dello stesso anno venne eletto presidente e confermato nel 2000 con un secondo mandato, l’ultimo secondo lo statuto.

Durante l’era Shevardnadze la Georgia si ritrovò sprofondata nell’anarchia, conflitti etnici, povertà disoccupazione, mercato nero, mafie e una profondissima corruzione a tutti i livelli. Niente di nuovo sotto il sole dell’ex Impero.

Allora gli Stati Uniti erano già penetrati nel Caucaso. Ai tempi della mia prima visita (2003), nei bar del centro di Tbilisi capitava spesso di sentir parlare inglese. Tra gli altri, si potevano trovare alcuni marines, istruttori militari delle truppe georgiane. Nel maggio del 2002 fu ufficialmente lanciato un programma di assistenza e di addestramento militare fornito dagli Stati Uniti cui Shevardnadze aveva aperto senza problemi le porte del paese.

Per proteggere i propri interessi strategici, fin dall’indipendenza della Georgia gli statunitensi vi si impiantarono con la loro pletora di organizzazioni governative e non, che assistettero economicamente e militarmente il paese assicurandosi il controllo su di esso. Lo stesso è capitato in molti stati dell’Europa Orientale di fronte alla passività politica dell’Unione Europea che si ritrova invece con i nuovi paesi membri e gli stati vicini già “colonizzati” e decisamente orientati verso Washington.

Dopo gli anni di stagnazione generalizzata dell’era El’cin, dall’avvento al potere di Putin la Russia è molto più attiva e aggressiva in questa regione, divenuta ormai di primo piano sulla scena geopolitica internazionale.

Annientate nel sangue le velleità secessioniste della Cecenia, da tempo la Russia appoggia più o meno direttamente i ribelli di Abkhazia e Ossezia del Sud così come quelli della Transdnistria (regione secessionista della Moldova), ma nel contempo sostiene la Serbia a livello internazionale sulla spinosa questione del Kosovo. Al contrario, gli Stati Uniti supportano incondizionatamente gli albanesi nell’indipendenza della provincia serba, ma negano l’esistenza delle fantomatiche regioni russofile.

Nell’aprile 2003 Shevardnadze era ormai bollito. Ricordo un autista di maršrutka, il tipico sgangherato minibus presente in tutti i territori ex sovietici, appena fermatosi di fronte al Parlamento: si arrabbiò solo nominando il Presidente, agitando il pugno in aria senza possibili ambiguità. Non era l’unico, come fu chiaro nella “Rivoluzione delle Rose” avvenuta alla fine di quello stesso anno, grazie anche agli emolumenti di George Soros e della sua “Open Society”. Peccato che il grande entusiasmo della popolazione durante quelle settimane venne rapidamente disatteso, come è capitato quasi sempre, soprattutto nello spazio ex sovietico (Ucraina 2004 docet).

Il nuovo presidente Mikhail Saakashvili era ovviamente sponsorizzato dagli Stati Uniti, dove studiò presso la “Columbia University” di New York. Appena conquistato il potere alla fine del 2003 lasciò capire che il paese non avrebbe cambiato rotta. La Georgia invece si avvicinò sempre di più alla NATO, un desiderio che ha fatto scoppiare le ire del potente vicino russo innervosito dall’idea di avere delle basi statunitensi così vicine al proprio territorio. Da tempo Russia e Georgia si trovano pericolosamente opposte, un conflitto in cui vengono pesantemente usate anche le regioni ribelli.

Nonostante le molte tempeste che Saakashvili ha subìto, con lunghe proteste in piazza dell’opposizione, ha sempre resistito in sella, vincendo tutte le successive elezioni. Riarmato ed assistito dagli Stati Uniti, un anno fa Saakashvili decise di riprendersi con la forza la regione separatista dell’Ossezia del Sud. Era il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino (08/08/08): forse sperava che tutti pensassero solo ai Giochi. Come si poteva immaginare, la reazione militare dei russi, che coprivano l’Ossezia del Sud, fu molto violenta: restituì l’attacco con gli interessi, bombardando e occupando per alcuni giorni la città di Gori.

Dopo quell’esperienza la gran parte dei georgiani gli ha però voltato le spalle. Ciò non toglie che tutti i georgiani siano incazzati con il potente vicino e che molti vedano con odio tutto quello che è russo. La tensione, rimasta altissima per molti mesi, con l’avvento di Obama e la recente distensione tra Armenia e Turchia è leggermente calata.

Sapendo che Saakashvili non può più presentarsi alle elezioni (anche se è ancora a metà mandato), gli Stati Uniti stanno abbandonando il loro pupillo caucasico. Sarà interessante capire cosa bolle in pentola per il prossimo futuro.

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